12 Mag

«She had it all»: Note sulla Morte di Mary Doyle di Michael D. Higgins – di Fabio Pedone – MAGGIO DI POESIA / 2

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Abbinata all’iniziativa ADOTTA UNA POESIA, oggi riproponiamo Fabio Pedone che legge Michael D. Higgins (Il tradimento e altre poesie, cura e traduzione di Enrico Terrinoni, Del Vecchio Editore). La sua originale riflessione offre la parola poetica a una luce più calda, di spessore umano.

«She had it all»: Note sulla Morte di Mary Doyle di Michael D. Higgins

di Fabio Pedone 

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Mentre mi lasciavo alle spalle St Stephen’s Green e mi avvicinavo a Fitzwilliam Square, in una sera dublinese normalmente piovosa del novembre scorso, ero curioso di sentire come il presidente d’Irlanda Michael D. Higgins avrebbe letto le sue poesie davanti al pubblico riunito all’Istituto Italiano di Cultura.

Sapevo già che mi sarei trovato di fronte una persona dall’impegno intransigente e di estremo carisma emotivo: un vecchio socialista che ne aveva viste tante ed era arrivato a vincere le elezioni presidenziali del 2011 con un consenso senza precedenti; ma anche un poeta molto noto già da tempo, quando ancora non era assurto all’alta carica che ricopre oggi.

Un poeta a tutta prima così narrativo, così orientato sui contenuti da trasmettere lasciando in secondo piano le strutture formali («I just hope that the message gets through», ha detto una volta al suo traduttore Enrico Terrinoni) nonché, ciò che più conta, strenuo avversario di qualunque cedimento all’estetismo in poesia, nel momento in cui ha dato voce ai propri versi nella serata a lui dedicata ha rivelato invece qualcosa di sorprendente: una cadenza insospettata, un’intensità non enfatica che ha fatto breccia in tutti quelli che erano là ad assistere.

La sensazione è divenuta più che mai chiara durante la lettura di The Death of Mary Doyle, una poesia toccante come una vecchia ballata, di cui avevo ragionato con Enrico qualche tempo prima all’epoca in cui stava traducendo Il tradimento e altre poesie di Higgins per Del Vecchio Editore.

Cosa era successo? La lettura mentale della poesia sul libro, pausata e spezzata in versi brevi, nascondeva quel che invece dall’ascolto della voce era evidente: la presenza di versi lunghi, e in particolare del pentametro giambico (modellato, come si sa, sull’endecasillabo italiano). Era così già dall’incipit: «She knew that there was thunder / in the air». Leggendo a voce, Higgins ricomponeva gli accenti sparsi sulla pagina, ricuciva con naturalezza la fluidità di un ritmo da consumato raconteur in versi.

The Death of Mary Doyle è un ritratto di donna nell’Irlanda rurale di una volta: c’è un’anziana che vive sola in una fattoria di «acri petrosi»; attende le lettere di sua figlia che si è fatta suora ed è in Africa; ma è analfabeta e dunque ha bisogno di qualcuno che gliele legga. L’onda dei ricordi del passato la conduce nel fienile, «dove ogni cosa pareva calda, / intima persino». E lì, nell’aria densa di afrori animali, viene travolta dalla «memoria dei sensi», il ricordo delle risate e delle emozioni di un passato ormai spento: quei colori «le esplodono in testa» lasciandola morta, sul fieno marcio, tra le piume di gallina, con uno stupefacente sorriso giovane a velarle il volto. «She had it all», «Lei sì che ha vissuto».

Già dal primo verso siamo entrati in una poesia che ci cattura nella sua aria, una poesia in cui si respira, e si respira qualcosa di caldo e di vicino (intimate, intimacy sono parole chiave): il puzzo acre di zolfo nell’aria esterna avvisa dell’approssimarsi dei tuoni, che nelle superstizioni cattoliche irlandesi rappresentano l’ira di Dio (ricordiamo che lo Stephen Dedalus di Joyce aveva il terrore dei temporali); l’aria secca del fienile, «con i suoi mille odori», è per Mary Doyle «un altare / che la accoglie».

Concorre a questo effetto di calda prossimità quella sense memorycomposta di percezioni dettagliate: la concretezza della materia, il tocco, il calore che sale lungo le dita. Mentre fantastica tra i ricordi, Mary passa la mano lungo il legno del suo bastone, prova a sentire «le forme arrotondate» delle uova con le dita, tra piume e fieno, e ancora il legno della mangiatoia dove cade è «lisciato / dal collo di una mucca nervosa, / è levigato / ma non offre appiglio». È una facoltà crudele ma liberatoria, questa memoria dei sensi, che mette in contatto il mondo individuale con una realtà esterna accettata in tutta la sua spinosa evidenza. Si intitolaSense Memory un’altra poesia dell’antologia di Higgins, che là prova a definire quello che è per lui: una qualità che «il bambino ammonito» lascia da parte ma attende di rinascere a nuova vita, fosse anche solo nella traduzione momentanea di un calcio dato a una lattina; perché l’autorità, che inibisce la memoria dei sensi, è «in preda ad amnesie», e «limita la meraviglia».

She had it all. Se qualcosa ha trovato Mary Doyle, è stato nient’altro che il modo (e il luogo) giusto per morire. Sta qui la meraviglia. La grazia di una vita vissuta consapevolmente, che chiude il proprio cerchio. E quel «sorriso giovane» che i vicini accorsi nel fienile vedono sul suo volto non può che essere un mistero e uno scandalo. Nelle ultime stanze della poesia, quando Mary viene esposta alla veglia funebre, una «santa donna» dice di aver sentito le schiere degli angeli venirla a prendere per portarla in paradiso, «inevitabilmente». È la voce della falsa coscienza, una voce retorica che in uno squarcio infinitesimale come un avverbio fa sì che Higgins riesca a portarci sul suolo irlandese, dentro le vene più urgenti della sua storia, per parlarci dell’isolamento culturale dell’Irlanda sotto la sorveglianza della Chiesa, abbattendo il muro fra evento privato e storia collettiva. In quella frase riecheggiano le sofferenze del Portrait di Joyce e di altri capolavori intransigenti che si sono confrontati a viso aperto con la paralisi irlandese, come The Dark di John McGahern e Country Girls di Edna O’Brien.

Cosa dice l’atteggiamento di Higgins rispetto alla pagina scritta? Dice prima di tutto un divieto, un rifiuto di “cantare” in poesia. È indice di una tensione, di un conflitto con un’idea comune del poetico (oseremo anche dire del “sublime” d’antan), avvertita come comoda e inutilmente pacificata. Higgins non intende abbandonarsi al “canto” di un verso che scorre liscio, imperturbato, sicuro della sua ragione, e che sarebbe per lui inautentico come quel canto angelico a cui la «santa donna» della sua poesia si appella.

Ma poi quel canto gli sfugge di mano, o per meglio dire di voce, ricostituendo sull’onda della cadenza orale le unità ritmiche originarie – con una condivisa intensità emotiva – nel momento della performancepubblica del poeta politico che si affida alla poesia come a «un discorso che sappia emancipare».

Che canto è? Un canto terrestre, imperfetto, del tutto umano. «It was not angels that sang her home», «non furono angeli ad accoglierla in casa / ma vacche e vitelli / e anatre e galline, / adornandole la testa / di colori / e anche voci / e sorrisi e odori / e il tocco dell’amore». Quel che è povero, quel che è più tuo è anche quel che è sacro. In quel paradiso che è l’imperfezione di una vita Mary è stata accolta non dai cori angelici ma dai fiati e dai muggiti degli animali, e da quel che resta del ricordo dei suoi affetti. Questa è una bellezza non pacificata, che ferisce; è la calda intimità di un’“aria rubata” lontanissima dall’empireo della falsa speranza, nella cui atmosfera troppo fina si celebra la complicità dell’ideale con il potere.

Noto di passata che a un certo punto, nel momento centrale di climaxdrammatica, quando i vicini trovano Mary morta con il sorriso sulla faccia, il testo italiano esibisce una rarefazione formale quasi ungarettiana. «Trovata / a testa in giù / in mezzo al fieno / hanno urlato / che sorriso / giovane / le velava il volto». Sbaglierò, ma non mi dispiace se il pedale insiste su questa sfumatura. Mi ricorda che come il rifiuto del sublime di Higgins trova naturalmente precedenti e risonanze nei grandi dell’Irish poetry, da Kavanagh a Heaney, così anche da noi la rivolta di Ungaretti all’inizio del Novecento, quella nudità della parola avvolta dal silenzio, è stata una strategia desublimante, benché poi votata a virare verso un sublime di diverso stampo (anche qui fa fede la performance orale). Da noi gli esempi, ironici o meno, di poeti in fuga da incarnazioni angeliche e desideri di sublime maiuscolo non mancano. De Pisis trova per strada un poetico rametto d’alloro e si dice «può servire per l’intingolo della trota»; Montale (poi eccelso specialista in donne-angelo) aveva parlato dell’odore dei limoni come dell’unica ricchezza per i poeti non laureati. Ma una consonanza più forte si ritrova con una splendida poesia di Sereni anch’essa scissa tra preghiera e rifiuto, Non sa più nulla, è alto sulle ali, dalDiario d’Algeria: «Questa è la musica ora: / delle tende che sbattono sui pali. / Non è musica d’angeli, è la mia / sola musica e mi basta». Appunto.

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