05 Mag

Più scettica di Brecht, più fiduciosa di Benn: Hilde Domin – di Anna Maria Curci – MAGGIO DI POESIA / 1

adotta

 

Di concerto all’iniziativa “ADOTTA UNA POESIA” lanciata da Del Vecchio Editore per il Salone internazionale del libro di Torino 2016, SenzaZucchero per tutto il mese di maggio anticipa le sfilate della settimana della moda e si veste di POESIA.

Oggi Anna Maria Curci commenta per noi Hilde Domin, Il coltello che ricorda. A cura di Paola Del Zoppo, Del Vecchio Editore 2016*.

***

Più scettica di Brecht, più fiduciosa di Benn: Hilde Domin

di Anna Maria Curci 

Il coltello che ricorda di Hilde Domin è il terzo volume di un ampio progetto, che si propone di pubblicare la produzione lirica e saggistica dell’autrice tedesca, ideato e coordinato da Paola del Zoppo, cofinanziato dalla Kunststiftung Nordrhein Westfalen e accolto dalla casa editrice Del Vecchio, che già nel 2011, grazie alla segnalazione di Ondina Granato, aveva pubblicato Con l’avallo delle nuvole. Poesie scelte, di Hilde Domin. Dopo i due volumi dedicati al progetto Alla fine è la parola/Am Ende ist das Wort (2012) e Lettera su un altro continente (2014), arriva il terzo, Il coltello che ricorda. Anche in questo caso l’edizione italiana fa riferimento a quella del 2009, pubblicata da Fischer curata da Nikola Herweg e Melanie Reinold, Sämtliche Gedichte.  Il coltello che ricorda raccoglie una parte delle poesie che Hilde Domin stessa aveva scelto per un’inusuale e fervida auto-antologia, Gesammelte Gedichte (Poesie in raccolta), del 1987, così come le liriche raccolte nel volume Der Baum blüht trotzdem /Eppure l’albero fiorisce), del 1999, alcune poesie non apparse precedentemente in antologie e poesie dal lascito. Dopo l’ampia introduzione di Paola Del Zoppo, che porta il titolo La pelle del pianeta e che collega la scelta delle liriche qui raccolte con l’attività della scrittrice come saggista, docente di poetica e curatrice di antologie di autori a lei coevi, il volume contiene tre testi in prosa nei quali chi legge sente vibrare la voce di Hilde Domin: Vita come Odissea linguistica, insieme resoconto autobiografico, testimonianza e atto di impegno, Fermare tempo e scopo – Le fasi della poesia tedesca del dopoguerra viste dal Paese e da chi vi ritorno, la prima delle lezioni tenute nell’anno accademico 1987-1988 a Francoforte, e Libertà nella scrittura, un’intervista a Hilde Domin. I prime due testi in prosa appaiono nella traduzione di Paola Del Zoppo, il terzo in quella di Valentina Carmela Alù).

I testi in prosa hanno il pregio di illuminare poesia e poetica di Hilde Domin. Questo avviene in maniera particolare nel saggio Vita come Odissea linguistica, nel quale l’autrice ricostruisce la propria vicenda biografica e la sua matura ‘nascita’ alla poesia in veste di autrice e, allo stesso tempo, dichiara intenti e assume impegni, con appassionato coinvolgimento personale e argomentata aspirazione al carattere universale di dichiarazione d’intenti e assunzione di impegni.  Il resoconto di anni di peregrinazioni da un luogo all’altro del globo, in esilio volontario e forzato, a partire dal soggiorno in Italia, dove Hilde Löwenstein, allora ventitreenne, si reca con Erwin Palm, che poi avrebbe sposato a Roma nel 1936, per proseguire a Londra e poi nella Repubblica Dominicana, che darà il nome d’arte alla poetessa Hilde Domin, è costantemente attraversato da una educazione plurilingue che prende le mosse dalla familiarità con il testo poetico letto nell’originale: «Vi ho presentato qui», scrive Domin, «la fuga permanente come permanente sfida linguistica». Dopo la morte della madre, evento che la scuote profondamente e che la fa sprofondare in un abisso dal quale è la poesia, vero e proprio atto di grazia (“Gnade”, dirà in un’intervista del 1991) a salvarla, Hilde scrive nel 1951 il primo componimento poetico. Ella nasce dunque alla poesia e prende il nome di Domin per distinguersi da Hilde Löwenstein, che nel 1935 aveva conseguito all’università di Firenze il dottorato di ricerca in scienze politiche con Armando Sapori, futuro senatore della Repubblica italiana, con una tesi su Pontano predecessore di Machiavelli, da Hilde Palm, che alla carriera universitaria aveva rinunciato e che aveva scelto di essere l’assistente del marito archeologo.

Domin nasce alla poesia, è bene sottolinearlo, già provvista della sola libertà della quale possiamo disporre, quella di muoverci in più lingue, quella di far scaturire senso dall’incontro di una lingua con l’altra. E non solo questo: si tratta di quella libertà autentica, che sola aiuta, che sola salva. Hilde Domin crede nel potere salvifico della poesia – non certo per “salvarsi l’anima”, su questo punto concorda con Marie Luise Kaschnitz («Non si può scrivere per salvarsi l’anima»), ma per salvarsi dall’abisso dell’autodistruzione – e ribadirà questo concetto proprio nella prima lezione di Francoforte, quando sottolineerà la propria vicinanza alle posizioni di Adolph Muschg e di Günter Kunert a questo proposito. Quella libertà è anche – non mi stanco di sottolinearlo – impegno, quotidiano mettersi alla prova e mettere alla prova la propria creazione poetica: «Se non mi fossi liberata, non sarei sopravvissuta. Scrivevo poesie. Scrivevo in tedesco, ovviamente. Ma le poesie avevano appena visto la luce che le traducevo in spagnolo per vedere come reggevano in quanto testi».

Si tratta, è bene ricordarlo, di una poesia che nasce dall’esperienza dell’esilio. Non stupisce, pertanto, apprendere che Domin sentsse il poeta Heinrich Heine tanto vicino a sé da immaginare di intervistarlo, come fece in uno scritto del 1972, del quale Paola Del Zoppo riporta in traduzione uno stralcio significativo. L’intervista, che in seguito alla lettura del saggio di Paola Del Zoppo, mi ha tanto incuriosito, da indurmi a leggerla e a tradurla a mia volta, illumina, ancora una volta, sulla poetica di Domin così come sulla profonda conoscenza della poesia nella storia e sulla fede dell’autrice nel dialogo tra letterature e autori. Nel caso di Heine, non solo i dati biografici comuni – entrambi ebrei tedeschi, entrambi in esilio per molti anni – ma anche e soprattutto la prossimità del sentire rendono questa intervista una chiara presa di posizione su temi ricorrenti negli scritti di Domin e tutt’ora di grande attualità. Come ricorda Domin nella breve introduzione, tutte le risposte di Heine sono tratte dai suoi scritti, in gran parte, ma non in esclusiva, dalle tarde opere in prosa. Si riconoscono infatti, accanto a brani dalle Confessioni, anche estratti da testi degli anni Trenta del 19° secolo, quali la Einleitung zu »Kahldorf über den Adel«(Introduzione a «Kahldorf sulla nobiltà»), datata 8 marzo 1831, e perfino da Die Romantik (Il romanticismo), scritto giovanile del 1820. Di grande rilievo è il riferimento che Hilde Domin fa, tra il serissimo e il divertito, ai bruschi cambiamenti  nella storia della ricezione, sia di singoli autori (qui appare la ‘triade delle H’: Hölderlin, Heine, Hesse, negli anni Settanta visti in Germania rispettivamente come un potenziale terrorista pre-Baader, un marxista pre-Benjamin, un precursore dei figli dei fiori; Domin ricorda tuttavia, citando versi da Der Schaum di Enzensberger, atto di accusa che l’autore declamò dinanzi al Gruppo ’47 nel 1959, che la poesia di Hölderlin era stata tanto idolatrata quanto fraintesa nel dodicennio nazista), sia della poesia tout court. Vengono ripresi e rielaborati anche qui temi ricorrenti nella scrittura di Domin: la metafora dell’esilio e dell’emigrazione (esterna e, con l’accenno a Loerke, anche interna) come condizione esistenziale, la patria costituita dalla lingua materna e le patrie acquisite con il plurilinguismo. Il brano va letto dunque nella cornice più ampia di quella appassionata dichiarazione di poetica e professione di fede nella poesia che è l’opera tutta di Hilde Domin. La poesia non si piega allo ‘scopo’ del momento.

I testi che compongono la raccolta Il coltello che ricorda non si piegano, mai, allo ‘scopo’ del momento,  Diversamente da come è successo per i volumi precedenti, le traduzioni delle poesie non sono soltanto di Ondina Granato. È un gruppo folto di lettori, traduttori, scrittori che si sono cimentati con la resa dei testi di Hilde Domin, della quale troviamo qui anche retroversioni in tedesco di componimenti originariamente redatti in spagnolo. Domin stessa ha tradotto molti poeti e amava ricordare le proprie traduzioni di poesie di Ungaretti.

Il tema della fuga permanente, intimamente collegato al tema del nostos, del ritorno,  ricorre qui in maniera esplicita, con riferimenti autobiografici, biblici e mitologici. In quest’ultimo caso, come è facile immaginare, i riferimenti all’Odissea sono frequenti e carichi di una valenza simbolica che diventa cifra dell’esistenza. Ruth Klüger lo ha sottolineato nell’edizione delle poesie pubblicate da Fischer nel 2009, in occasione del centenario della nascita di Hilde Domin. Tra le poesie tratte da Il coltello che ricorda c’è Nell’antro di Polifemo, a proposito della quale ripropongo alcune mie considerazioni, già apparse qui, nella rubrica “Marginalia”.

Nella personalissima mitopoiesi di Domin, Ulisse che fugge con i suoi compagni si affianca a Sisifo che si oppone alla coazione e ad Abele invitato a rialzarsi dopo essere stato ucciso da Caino. È la dimensione plurale della fuga che emerge chiaramente nelle tre quartine di Nell’antro di Polifemo,  precedute, a loro volta,  da un distico che fa invece preciso riferimento all’io lirico: “Der blinde Riese greift wieder nach mir”, “Il gigante cieco torna a ghermirmi”. Lo scenario torna a essere una Höhle, un antro, una caverna, una cavità – come era già stato nella poesia In der Höhle meiner Angst (tradotta da Ondina Granato con il titolo Nell’antro della mia paura), e, in generale, in tutto il volumetto apparso nell’edizione a tiratura limitata – cento esemplari –  Höhlenbilder (Pitture rupestri). Le immagini proposte attingono a quanto narrato nell’Odissea: Ulisse e i suoi compagni sono aggrappati al vello dei capi del gregge del ciclope, che, oramai accecato, ne tasta il ventre man mano che questi, varcando l’ingresso, si recano al pascolo.  Il verbo “fortgehen”, che ricorre, sempre nella grafia “fortgehn”, per ben tre volte nella prima e nella seconda delle tre quartine, la prima volta all’infinito (“Andarsene”) e nelle due ricorrenze successive, in una anafora, alla terza persona plurale (“se ne vanno”), lancia la fune allitterativa a “fliehen” (“fuggono”) e “Flucht” (“fuga”) della terza e conclusiva quartina. Il procedere per anafore che caratterizza tutto l’impianto ritorna anche nella conclusione della prima e della seconda delle quartine, “unter der zählenden Hand”, “sotto la mano che conta”.  La condanna si ripete, la minaccia della coazione, come per Sisifo, incombe costantemente, la fuga è condizione permanente. Solo la coscienza di tale condizione, sembra suggerire Domin, è antidoto al soccombere, all’essere schiacciati proprio da quell’obbligo alla coazione contro il quale il “suo” Sisifo si era ribellato.

Ancora una volta, «più scettica di Brecht» («la poesia deve cambiare la realtà»),  eppure («dennoch») «più fiduciosa di Benn» («la creazione artistica non ha effetti sul reale»), Hilde Domin riesce a “hochwerfen”, a “lanciare in alto” la parola poetica, a condurla oltre la soglia dell’inerte, dell’inefficace e del manipolabile, a restituirle autonomia e universalità.

©Anna Maria Curci

Hilde Domin, Il coltello che ricorda. A cura di Paola Del Zoppo, Del Vecchio Editore 2016 (Traduzioni di Valentina Carmela Alù, Maurizio Basili, Nadia Centorbi, Chiara Conterno, Anna Maria Curci, Chiara De Luca, Stefania de Lucia, Paola Del Zoppo, Stefania Deon, Roberta Gado, Ondina Granato, Giuliano Lozzi, Francesca Pennacchia, Silvia Scialanca, Beatrice Talamo).

Il presente testo di Anna Maria Curci è apparso, in una sua prima versione, su PoetarumSilva.

One thought on “Più scettica di Brecht, più fiduciosa di Benn: Hilde Domin – di Anna Maria Curci – MAGGIO DI POESIA / 1

  1. Pingback: Hilde Domin: Il taglio del ricordo in esilio - Magazine on line. A cura di Irene Battaglini e Andrea Galgano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *