02 Ago

INTERVISTA SULLA TRADUZIONE DI DANIEL SADA / Damiano Latella intervista Carlo Alberto Montalto

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Damiano Latella intervista Carlo Alberto Montalto sulla traduzione di Daniel Sada (Quasi mai – 2013, Il linguaggio del gioco – 2015, Del Vecchio Editore)

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di Damiano Latella

1) Leggere un autore come Daniel Sada rappresenta un’esperienza rara nel panorama della letteratura contemporanea. Dovendo scegliere la più rara tra le molte sfaccettature della sua scrittura, direi spontaneamente il ritmo. Al termine di Quasi mai e di Il linguaggio del gioco (che ho letto in quest’ordine), mi sono arrovellato per trovare un unico aggettivo che descriva il ritmo spezzato della prosa di Sada, ma non ci sono riuscito. Come potremmo definirlo? (DL)

Una domanda lecita, senz’ombra di dubbio. Io, da traduttore, mi sono per così dire divertito a definirlo “sadiano”, dato che neanch’io – per quanto c’abbia pensato più e più volte – ho mai rintracciato davvero l’attributo più consono a tale qualifica. Ne è un’ulteriore prova il fatto che pur essendo stato accostato a molti altri autori, suoi connazionali e non, Sada resta comunque un qualcosa “che non somiglia ad altro”. Evidentemente è proprio per questo che non è facile trovare un aggettivo che sia al tempo stesso unico ed esatto. Il termine “sadiano”, inoltre, saluta con maggiore precisione anche la tendenza di Daniel Sada di stirare e sfrangiare in modo così feroce la lingua da creare dei veri e propri neologismi, degli apax linguistici – e metaforici, ovviamente – che ritroviamo solo nelle sue opere, in tutte e che insieme costruiscono quel tessuto lessicale che, come un filo ininterrotto, annoda tutta la sua produzione. (CAM)

2) Con la punteggiatura Sada fa davvero ciò che vuole, a partire dalle cascate di due punti in posizione quantomeno insolita. È cambiata molto la punteggiatura nella versione italiana o si è potuta seguire la creatività dell’autore? (DL)

Prima di tradurre Quasi mai, ho letto per intero il romanzo in lingua originale e così mi sono accorto che, con l’allarme tipico della grande letteratura, la punteggiatura – la sola, cioè, architettura musicale di cesure, abbellimenti, raddoppiamenti, legature di valore e via discorrendo – costituiva di per sé una prima lettura del romanzo. L’intenzione di Sada, dell’autore non delegato dunque, è quella di esserci, di essere presente sia all’interno della sua storia, che all’interno della sua lingua. Esiste tanto in Quasi mai come ne Il linguaggio del gioco una doppia punteggiatura. Una di stampo narrativo-prosaico, per così dire, l’altra di stampo teatrale. La sua scrittura, infatti, regge tanto il respiro della lettura a voce alta, il recitativo come si diceva una volta, sia le più fisse regole dell’interpunzione scritta. Questo è stato il punto di partenza, il faro che ha illuminato le mie scelte nella resa della punteggiatura che, per rispondere alla tua domanda, è rimasta il più possibile aderente alle intenzioni dello scrittore. (CAM)

3) Tra i tanti elementi che spezzano il ritmo, in Quasi mai ci sono i continui interventi del narratore. Dati, precisazioni, note a margine, chiamate in causa del lettore… Più che un narratore onnisciente, sembra un narratore onnipresente. È una presenza ingombrante per il traduttore? (DL)

Al contrario, è certamente un valore aggiunto. D’altra parte è possibile entrare immediatamente nell’ottica di un narratore che vuole essere a ogni costo presente e vicino allo svolgersi dei fatti e, soprattutto, vicino al protagonista dal momento che Sada lo battezza Demetrio Sordo, usando dunque le sue stesse iniziali. E in realtà, come un corifeo, se lo ascolti realmente, il romanzo stesso addiviene a essere un romanzo “altro”. (CAM)

4) È inutile girarci intorno: in Quasi mai il sesso riveste una grande importanza per Demetrio, il protagonista. Chissà se dipende dall’assonanza fra Sada e il marchese de Sade… Di sicuro non ci viene taciuta la grande passione di Demetrio per i bordelli. È stato difficile tradurre questi passaggi? È capitato di dover ingentilire qualche punto più esplicito? (DL)

Tradurre è un po’ tradire. Ma questo non significa certamente recare traumi al registro. In Quasi mai, poi, un’azione del genere sarebbe equivalsa a privare il romanzo di quella “eroticomicità” che lo contraddistingue. In quanto alla difficoltà di traduzione, se ne riscontra non poca, anche alla luce del fatto che la prima mina sessuale viene fatta brillare già all’incipit, dove – si sa – la traduzione subisce una marea di modifiche, durante e dopo la prima stesura. Inoltre, proprio se avessi ingentilito, o per parlare traduttese, se avessi “normalizzato”, si sarebbe persa tutta la lettura ironica in controcanto che proprio l’esagerazione e l’ossessione restituiscono al lettore. (CAM)

5) Ti è servito tradurre prima Quasi mai per tradurre Il linguaggio del gioco? In un mondo ideale dove l’editore abbia tempo per aspettare il traduttore (e viceversa), bisognerebbe affidare di nuovo un autore allo stesso traduttore? (DL)

Sicuramente l’aver avuto una traduzione pregressa all’attivo ha contribuito alla risoluzione di piccole e grandi insidie tipiche della scrittura di Sada. Malgrado ciò, non nascondo che la traduzione de Il linguaggio del gioco si è rivelata ostica e imprevedibile, forse più di Quasi mai. A tale proposito, convengo con l’idea che sia giusto – ma anche conveniente – che a presidiare l’itinerario traduttologico dell’opera di un autore (soprattutto se inedito) sia sempre lo stesso viaggiatore, sarebbe altrimenti come se questi attraccasse in un porto senza mai ripartire verso nuove avventure che lo attendono al di là dell’orizzonte. E devo dire che alla Del Vecchio questa è la politica vigente, proprio perché è abbastanza chiaro che più ci si frequenta, meglio ci si conosce. (CAM)

6) Se Quasi mai è più legato a certi aspetti del costume messicano, Il linguaggio del gioco si cimenta più da vicino con la politica. Sada si è preso dei rischi in più parlando di droga e di ordine pubblico? C’è una frase terribile in questo senso: “Legalizzare la droga? Piuttosto, disarmare il Paese. Sarebbe stato questo il miglior modo per attenuare la violenza nel Magico (nota: Magico allude per assonanza al Messico). Oh utopia!”. (DL)

I cliché della droga, della malavita locale e di un sistema politico fortemente provato dai tanti disagi sociali non sono certamente i diacritici sadiani per eccellenza. Proprio per questo, trovo che nel suo accostarsi a una tematica tanto convenzionale quanto attuale, Sada abbia brillantemente superato l’esame, consapevole di aver rischiato molto se pensiamo a quanti suoi connazionali prima di lui ne hanno scritto e quanti ancora ne scriveranno. Ciò che, almeno a una prima lettura, a un degré zero, distingue Sada è la sua forma. In Sada la forma è (anche) la sostanza. La sua prosa, che riesce ad essere così imprevedibile per il lettore solo perché in realtà è vigilatissima dal suo autore, gli permette di essere sempre “altro”, di avere uno sguardo originale nelle sue trame, raccolte dal e nel mondo in cui vive, per forza di cose. Non bisogna però dimenticare che il vero battesimo di fuoco di Sada in merito a tematiche analoghe trova il suo potente (e copioso) parossismo nel mastodontico capolavoro Porque parece mentira la verdad nunca se sabe, manifesto di una politica malata, corrotta e assassina. (CAM)

7) Nonostante la situazione disperata del Magico, Sada non rinuncia all’ironia e all’umorismo nero. Ci si diverte a tradurre l’ironia o in realtà si fa una gran fatica? (DL)

La fatica subentra nel momento in cui c’è il rifiuto del traduttore di entrare in empatia con l’ironia e l’umorismo dell’autore. E dunque con l’autore stesso. Come l’autore non vi rinuncia, parimenti deve fare il traduttore. È sicuramente uno dei compromessi necessari alla leale riuscita del suo lavoro. (CAM)

8) A proposito de Il linguaggio del gioco, Francesca Lazzarato ha scritto (Alias, 8/3/15): “Uno stile inconfondibile […] che mette a dura prova il traduttore e che, inevitabilmente, è possibile restituire in italiano solo in parte. Ma chi traduce, come chi legge, non potrà negare che valga almeno la pena di provarci”. È questione solo di messicanismi e riferimenti al Messico che si perdono per strada o ci sono altri aspetti a cui, nonostante gli sforzi, noi lettori italiani dobbiamo rinunciare? Come dice Demetrio, “quasi mai mi do per vinto…”. (DL)

Certe battaglie è possibile vincerle soltanto perseverando, prendendo per stanchezza l’avversario. L’alternativa è quella di arrendersi cercando il più possibile di cadere in piedi. Ciò che dice Francesca Lazzarato è assolutamente vero: purtroppo qualcosa finirà sempre e comunque col perdersi in maniera irrimediabile. Alle volte, perché ciò si verifichi, è anche sufficiente la perdita di un semplice gioco di parole, e ne Il linguaggio del gioco ne troviamo uno di estrema importanza:

‘Mágico’ e ‘México’ sono parole quasi omofone in spagnolo:

[máxico] [méxiko]

‘Magico’ e ‘Messico’ in italiano assolutamente no:

[‘maʤiko] [‘mɛsːiko]

Ed ecco che bisogna perlomeno rinunciare a una fetta della torta. Viceversa, si può perseverare nella battaglia su altri fronti. In questo senso, elementi come i neologismi sono assai più indulgenti dal momento che offrono libertà d’azione maggiore al traduttore che, in certi casi, può sbizzarrirsi in modo (quasi) assoluto. Eppure, per tradurre termini come ‘trasquilimolocho’ e ‘tranca palanca’ ho cercato a lungo prima di trovare soluzioni soddisfacenti (potrei anche svelare le risposte in questa sede, ma nel romanzo si rintracciano con una certa facilità, lascerei perciò al lettore il piacere di scoprirle da solo). Personalmente, ho voluto seguire la perseveranza di Demetrio e, sicuramente, quella di Sada. Una cosa, però, mi ha dato un segnale che, nella cecità assoluta in cui si muove il traduttore, la direzione che avevo intrapreso era, se non quella giusta, valevole di giustezza. Ho avuto l’onore e il piacere di entrare in contatto con Adriana Jiménez, la vedova di Sada, che in merito al mio lavoro su Quasi mai si è sentita di dirmi: “A Daniel le habría encantado”. Il fatto che una persona che non parla italiano abbia avvertito nella traduzione italiana di un romanzo la stessa “direzione del vento” del testo in originale, beh, questo mi ha profondamente toccato. (CAM)

 

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