14 Lug

Intervista a Gianmaria Finardi sulla traduzione di “Sul soffitto” di Éric Chevillard – di Damiano Latella

 

viva la vida

Martedì 14 Luglio del 1789 avveniva la Presa della Bastiglia che ci porta alla memoria la Rivoluzione francese.

Il passo successivo è pensare: quali sono, oggi, le rivoluzioni possibili? A noi piacciono quelle perpetrate con le idee, e con le parole. Le rivoluzioni silenziose, che pure hanno fatto tanto rumore. Decidere di trasferirsi sul soffitto è una di queste. Poi, il mondo, apparirà completamente diverso.

Gianmaria Finardi e Damiano Latella ci aiutano a entrare nel mondo di Sul soffitto di Éric Chevillard (Del Vecchio, 2015). 

Intervista sulla traduzione a Gianmaria Finardi (Sul soffitto di Éric Chevillard)

di Damiano Latella

***

Damiano Latella: “Sono uno che somiglia, mi si potrebbe prendere per un altro, parecchi altri, chiunque”. Così si descrive il protagonista di Sul soffitto, un romanzo che, al contrario, appare talmente unico da non potersi confondere con nessun altro. Come potremmo definirlo? Surreale? Assurdo? Come chiamare un mondo in cui un uomo vive con una sedia in testa? Una delle caratteristiche più evidenti di Sul soffitto è il ricorso a metafore e immagini spiazzanti, a tratti perfino incongrue. Nel mondo sul soffitto tutto sembra possibile. In questi casi, quanto conta per il traduttore sforzarsi di comprendere la logica strampalata che c’è dietro? È sempre indispensabile capire tutto?

Gianmaria Finardi: Mi trovi pienamente d’accordo, siamo di fronte a un romanzo inconfondibile; oserei dire che Sul soffitto figura da hapax, conservando le proprie prerogative sia rispetto al panorama letterario che nei confronti degli altri testi afferenti alla produzione chevillardiana. Proprio questo, in maniera apparentemente paradossale, spiega forse la difficoltà nel definirlo, il fallimento di qualsivoglia tentativo riduzionista, la fondamentale confusione dei critici armati di semplici etichette, tra loro contraddittorie. Più prudente è dire cosa non è: malgrado la freschezza di certe metafore, il carattere spiazzante di talune immagini, questo non è un testo surreale; non è nemmeno un testo assurdo, perché non implica un divorzio assoluto col senso. Ricorrendo – non meno prudentemente – al sodalizio di due categorie tra loro antinomiche, direi che il testo muove da una sorta di razionalismo assurdo: abbiamo a che fare con una logica esasperata, portata all’eccesso, che garantisce la solidità a visioni palesemente inverosimili. È il senso comune ad assumere un aspetto assurdo, se accostato a queste visioni: non è meno arbitrario. Chiamerei il mondo in cui un uomo vive con una sedia in testa, così come ce lo presenta Chevillard, un mondo possibile.

Quando ho cominciato a leggere Sul soffitto, il primo impatto con un personaggio decisamente poco convenzionale mi ha lasciato inizialmente perplesso ma mi ha spinto subito a proseguire la lettura. Hai avuto bisogno di tradurre un po’ di pagine prima di prendere le misure o hai trovato la chiave giusta fin dal principio?

Odi et amo: vedo che la tua esperienza non è senza rapporti con la mia. E questo non solo perché, per tradurre un libro, bisogna prima leggerlo: per cimentarsi con questo testo occorre passione. Sarebbe, del resto, impossibile prodursi costantemente in un corpo a corpo col testo, in un braccio di ferro interpretativo tanto serrato, senza coinvolgimento, senza sudore. Certo, si sa, col passare delle pagine ci si cala nella tournure della frase, si coglie in modo più preciso il tono della voce narrante. Ma mentirei se dicessi, anche dopo avere fatto dell’opera chevillardiana l’oggetto dei miei studi universitari, di avere trovato la ricetta, il passe-partout. Nell’infinita varietà dei procedimenti e dei dispositivi messi in campo, il testo ci ingaggia in una sfida costante, ci mette sempre di fronte a un nuovo enigma da risolvere: questa è la sua bellezza. Ricorrerei quindi a un’altra massima, forse più adatta per rendere conto, a posteriori, della mia esperienza di traduttore di Sul soffitto: so di non sapere.

Fra i bizzarri personaggi che seguono le orme del narratore, la signora Stempf, perennemente incinta, ama raccontare storie all’apparenza più tradizionali, quasi delle favole. Sono un’oasi di pace per il lettore (e per il traduttore) o c’è sotto qualcosa, qualche significato nascosto?

Nel mondo di Chevillard una cosa ne è immancabilmente un’altra: la signora Stempf non fa eccezione. Di primo acchito, la si considera come una semplice e rassicurante rimpagliatrice di sedie – tra cui quella del nostro protagonista –, corpulenta e sempre alle prese con i propri bambini immaginari; le storielle che racconta loro, quando prende la parola, si dipanano secondo un’apparente linearità. A ben guardare, Mme Stempf, costantemente intenta nei suoi intrecci – tanto di giunchi quanto di frasi –, incarna maliziosamente il prototipo del narratore, e fa le veci dell’autore Chevillard: proprio noi lettori siamo i suoi figli immaginari, desiderosi di sentire una qualche storia, smarriti in un testo tanto sfuggente. Tutto è doppio nelle sue storielle, che hanno l’aria di innocue favole, ma che costituiscono di fatto autentiche dichiarazioni della poetica chevillardiana. Da un punto di vista squisitamente linguistico, a partire dal tono e dai registri chiamati in causa, i passi in cui interviene la signora Stempf sono delicatissimi, e mi hanno richiesto la massima attenzione.

Come se non bastasse, Chevillard aggiunge una sintassi inusuale, composta spesso da periodi lunghi, spesso intervallati da virgole o da incisi. Hai potuto rispettarla sempre o hai dovuto forzare la sintassi italiana? Cosa succede alla punteggiatura? Ad esempio, quando l’uso della virgola spezza la frase e imprime un cambio di direzione al discorso, si può seguire la punteggiatura originale?

Si può dire letteralmente, soprattutto quanto a punteggiatura, che non abbia cambiato una virgola – né un inciso – rispetto al testo francese; al tempo stesso ho deciso di preservare integralmente la sintassi originale, anche quando questa dava luogo a periodi smisurati, evidentemente eccessivi. È fuor di dubbio che tale scelta abbia sortito un effetto altamente spiazzante, contribuendo non poco allo smarrimento del lettore, ma anche che questo senso di vertigine costituisca – neanche a dirlo – il principio attivo di Sul soffitto, non un mero effetto collaterale. Questo, del resto, vale tanto per il lettore italiano quanto, a maggior ragione, per quello francese, che ha a che fare con la lingua equilibrata e cartesiana per antonomasia.

Si trattava, quindi, di un rischio calcolato, dettato dalla necessità di rispettare una delle prerogative del testo. In un’ottica marcatamente postmoderna, infatti, i segni di interpunzione si vogliono strumenti ironici, infedeli, utilizzati da Chevillard per prendere le distanze da qualsivoglia convenzione linguistico-letteraria, smettendo di fungere da semplice supporto alla narrazione. Proprio la storia, tanto agognata dal lettore, spesso diviene un elemento latitante, superfluo, a tutto vantaggio del costrutto sintattico e del segno interpuntivo incongruo, in quanto tale iperconnotato: in una prospettiva squisitamente metaletteraria, quest’ultimo assurge allo status di vero oggetto del testo, e offre all’autore la possibilità di interrogarsi sulle implicazioni più profonde della scrittura stessa. Ecco perché registrare con cura e tutelare tutte le incongruenze sintattiche e interpuntive del testo di partenza. Mai la forma è stata tanto sostanziale.

In tutto il testo non compare mai una nota del traduttore (a parte “La scatola nera” in appendice a tutti i libri Del Vecchio), anche in casi a mio parere quasi disperati. Non ne hai avvertito il bisogno o è una scelta consapevole presa fin dall’inizio?

Per rispondere a questa domanda, partirò dalla fine, ovvero dall’inizio. Sin dalle primissime righe della traduzione, la complessità e la varietà delle soluzioni messe in campo da Chevillard è stata tale da spingermi a scrivere delle note, così che potessi man mano formulare e ponderare le mie scelte. Alla fine del lavoro, la massa delle mie annotazioni ha assunto le dimensioni di una specie di apparato critico, a cui sono spesso dovuto ricorrere (hélas!) per testare la solidità delle mie soluzioni. Se ho deciso di non inserire note, che avevo per altro già pronte, è perché non ho voluto privare il lettore di un’esperienza vergine col testo, lasciandogli tutto il piacere di raccogliere la sfida lanciatagli da Chevillard. Si trattava del resto della prima traduzione di Sul soffitto. Sarebbe forse entusiasmante, in futuro, farne un’edizione critica.

Ci vuole coraggio a proporre un autore come Éric Chevillard in Italia? Come si affronta un testo insolito per i lettori italiani, e forse anche per la nostra letteratura, che trascura un certo tipo di invenzione umoristica?

Coraggio, dici, è possibile. Di sicuro, occorre una buona dose di sfrontatezza per pensare di cimentarsi in un testo del genere – quale appunto? –, che si vuole refrattario alle categorie preconcette, siano esse quelle del pensiero, della lingua o della nostra tradizione letteraria, senza volere scendere a compromessi. Probabilmente, il lettore italiano, che ha letto solo autori italiani, è meno avvezzo di un francese o di un inglese, che hanno imparato la lezione di Beckett, Carroll e Sterne, a certe forme di invenzione linguistica, a certi giochi attorno la plausibilità narrativa, e ancora a certo umorismo, ora nero ora imparentato col nonsense. In fondo, però, sono sempre stato convinto che questa “mancanza di preparazione” in materia  non costituisse un vero ostacolo per il lettore italiano rispetto all’opera chevillardiana. Anzi. Non è forse la capacità di cogliere impreparati, di sorprendere, la vera forza della Letteratura façon Chevillard? In tal senso, la mia postura mentale prevalente, adottata con profitto durante la traduzione, ha più a che fare con la volontà di scardinare una visione del mondo, la stessa che ci è stata propinata come inattaccabile, e alla quale tanta pretesa letteratura è ormai asservita. Presentare in Italia l’opera di Chevillard nella sua irriducibile singolarità significa letteralmente contribuire al tentativo di rivoluzionare il mondo, mettendo una pagliuzza nell’ingranaggio del sistema, un granello di sabbia nell’occhio della lingua.

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