26 Mag

“Il confine e il futuro” – di Gianni Montieri – MAGGIO DI POESIA / 3

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Oggi Gianni Montieri legge per noi Miroslav Košuta: La ragazza dal fiore pervinca, Del Vecchio editore, 2015 – traduzione di Tatjana Rojc. 

Il confine e il futuro

Gianni Montieri

Miroslav Košuta nell’introduzione a La ragazza dal fiore pervinca, dice alcune cose molto interessanti sulla sua poetica senza quasi mai citare la propria poesia. Racconta di sé, della terra e del tempo in cui è nato, di come è cresciuto e di come poi ha vissuto. Sì, certo, ha scritto bellissime poesie, ma per lui si tratta di qualcosa che è capitato in mezzo a tutto quel sopravvivere prima e vivere poi.

Košuta è nato nel 1936, o meglio quello che per gli altri era il 1936, per lui era il quattordicesimo anno dell’Era Fascista, cosa che ha influenzato tutta la sua vita. Così come la sua esistenza e la sua scrittura sono state influenzate da Trieste, la sua città, quella che vedeva dal piccolo paese in cui è nato, e dal confine. La terra di frontiera, che  per il poeta sloveno ha sempre significato un punto di partenza. La frontiera e il confine sono luoghi da attraversare, superare. Se la frontiera è una porta, allora va attraversata, va conosciuta, va vista e vissuta da dentro e da fuori. Va attraversata in tutti i modi possibili, uno di questi è quello delle parole. La frontiera, dunque, è il punto dal quale la poesia parte, da quel momento quella di Košuta può arrivare ovunque. E fregarsene dell’assenza di vento. “Svolgo allora la vela logora di tempo, / aspetto il vento di meridione, aspetto / quello di levante, / accarezzo l’albero morto. / E non c’è vento da settentrione / e non c’è n’è di ponente.”

Il libro è diviso in sei sezioni, chiamate Cicli: Origini; La parola, il verso; Impegno; I luoghi; La ragazza dal fiore pervinca; Le madri. Cicli, non parti, non gruppi, non capitoli. Cicli, perché le cose vanno e vengono e ritornano, e questi grandi temi sono il Tema, rappresentano quello che per Košuta è il racconto e quindi tutta l’opera. Questo è un lungo viaggio fatto di bellissime poesie. Košuta non perde mai il ritmo, è sempre padrone del verso, scrive poesie che respirano e che ci fanno respirare. Se scrive del mare ne sentiamo l’odore, se scrive di una casa allora la abitiamo, se i versi dicono di una ragazza la vediamo passare. Quando scriverà delle madri ricorderemo le nostre e penseremo ad altre madri, appena più lontane. Madri che hanno il cuore a brandelli per aver protetto, nascosto, perduto i propri figli; come in questa terribile e meravigliosa poesia:

“Le madri dei figli morti sono prigioniere / nella torre di un unico giorno, / ravviluppate in un labirinto, in celle / dove le grida rimbombano centuplicate. // Spostano mute le loro reliquie: / tolgono il figlio dalla croce. / È lui a chiamarle, lui a consolarle, / lui che si avvicina lieve. // E stanno a guardare alle finestre / fintanto che la luce le assorbe. / Per loro non servono cortei e funerali / né fiori né pietre tombali.”

Una poesia indimenticabile, come molte altre. Košuta è sloveno e questo è centrale, è sloveno di Trieste e anche questo è centrale. Trieste è città che emargina, ma l’emarginazione non è più verso il cittadino sloveno, o non soltanto. Il poeta vede oltre e racconta di un’emarginazione più grande e più grave, quella verso il futuro. Trieste così bella e amata, eppure così stanca e seduta, impaurita e triste, come nella poesia “Trieste Triste”. Le traduzioni di Tatjana Rojc rendono perfettamente la scrittura di Košuta, ed è molto utile (come sempre per i titoli di Del Vecchio) la sua nota alla fine del testo, uno strumento che aiuta a comprendere non solo le scelte di chi traduce ma  anche quelle del poeta.

Sono poesie che parlano di abbandono e di nascondigli, di paura e speranze, sono molto luminose. Sembrano essere fatte di quella luce accecante che è tipica delle piazze di Trieste nelle mattine di sole. Košuta sa quanto conta la memoria ma crede nel futuro, lo ha sempre visto, lo ha sempre immaginato. Per consentire al lettore di aspettare questo futuro scrive poesie aperte, nel senso che aprono e si aprono, sono accoglienti, lasciano entrare e lasciano immaginare. Košuta, nell’introduzione, racconta che durante gli anni del fascismo i suoi genitori nascondevano i libri ovunque, perché scritti in sloveno sarebbero stati distrutti, bruciati. Lui imparava a memoria poesie in quella lingua, la sua. Quando scrive fa esattamente il contrario, non deve nascondere più niente e può mostrarci tutto, regalandoci un po’ d’incanto e un gran senso di libertà.

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