27 Gen

Giorno della Memoria 2017

«I poeti non contribuiscono solo con i fatti alla memoria, come fa la scienza. Contribuiscono in modo particolare. Per questo Tu sei un buon esempio. […] La lirica è come un forte rimbombo di campane: affinché tutti si risveglino. Affinché in ogni singolo si risvegli ciò che non serve a uno scopo, che non è falsificato dai compromessi. […] E in questo consiste anche la catarsi: in un estremo atto di fede nell’umanità, senza cui la lirica non esiste. La lirica si rivolge all’innocenza di ognuno, alla parte migliore: la sua libertà di esserese stesso.»

LETTERA APERTA A NELLY SACHS

Cara Nelly,

Ti scrivo questa lettera, publice. Voglio esprimere pubblicamente quello che hai fatto per me, poiché penso che l’hai fatto per tutti e puoi farlo per molti. Per tutti quelli che, in un modo o nell’altro, soffrono dello stesso trauma. Questo voglio che sia stabilito, e in seguito proverò anche ad analizzarlo. Alla fine della guerra ho visto per la prima volta delle immagini dei campi di concentramento. Molti, al tempo, li hanno visti per la prima volta: fuori dalla Germania e soprattutto in Germania. Anche in Germania, lo ripeto espressamente. (Io stessa ero molto lontana, su un isola del Mar dei Caraibi). La cosa più tremenda per me sono stati i mucchi di cadaveri: tutti quei corpi nudi inermi, come un deposito di bambole slogate impilate l’una sull’altra. Non riuscivo piùa sostenere la vista di corpi nudi, soprattutto addormentati (ai tropici si dorme spesso nudi o quasi nudi) senza che mi tornasse l’angoscia delle bambole cadavere, quegli inermi oggetti di tutt’altra fattura.
Ogni corpo steso si faceva subito cadavere ai miei occhi, portava con sé granelli di cadavere. Allora questo non l’ho espresso, non avrei potuto dirlo a nessuno, il mio sconvolgimento era impossibile da comunicare. Potevo forse dire: «Non dormire, altrimenti ecco che arrivano i cadaveri»? Quando lessi le tue poesie, nell’inverno del ’59–’60, quindi quasi quindici anni dopo, hai seppellito i miei morti, tutti quei morti estranei e terrificanti che entravano in camera mia. Si sono alzati in una bianca schiuma vorticosa, hanno perso quell’aspetto da bambole degli uomini che li aveva solo sopraffatti, quella meccanicità inversa, per entrare nella memoria di tutti i morti. Nel dolore, ma senza acredine si sono liberati nelle tue parole e si sono alzati come una nebbia lattiginosa, l’ho vista sciogliersi e allontanarsi. E non sono più tornati a me in quella forma. Piango mentre scrivo di questo, ma voglio comunque esprimerlo e per di più pubblicamente. Questa grande catarsi, questa liberazione, è stato l’effetto delle tue poesie, tutte come una poesia sola: mentre le singole tue poesie schiacciano il lettore esolo raramente alla fine lo lasciano andare. Per questo dunque ho letto le tue poesie con passione. Non vedo altre opere, se non la tua, che riescano a restituire quei morti, quei morti così particolarmente infelici, tra gli altri molti morti con dolore nel ricordo dell’umanità. E questo lo dobbiamo tutti a Te: noi, i sopravvissuti. Noi, risparmiati come vittime, e allo stesso modo quelli che sono sopravvissuti dalla parte dei colpevoli e complici. E la giovane generazione, costretta a ereditare questo enorme peso a cui Tu haireso il carico più leggero. Il poeta contribuisce alla “continuazione della vita”, alla comune continuazione della vita (per poter finalmente dare un nome umano a questo “superare”) più di quanto non facciano tutti i politici insieme. Tu hai dato a quei morti la voce. Con le tue parole hanno percorso (certo, nel lamento, ma comunque) la via che percorrono tutti i morti. E in questo poteva riuscire solo qualcuno che fu sia vittima che scacciato, e che è poeta tedesco. Qualcuno per cui la lingua tedesca è un fatto proprio e che è dunque totalmente tedesco. E che nel contempo appartiene totalmente alle vittime. Io posso parlare di tutto questo con disinvoltura, più di ogni altro. E voglio farlo, anche. Nella Paulskirche si è sentito dire che tu saresti una poetessa ebrea. È giusto? Sei tu, Nelly Sachs, una “poetessa ebrea”? Dal punto di vista tematico lo sei. Ma cos’è un ebreo? Soprattutto se gli mancasse la fede. Tu, fortunata te, credi. Ma se non avesse la fede? Tu l’hai detto per tutti noi: «È su di noi che Dio fa pratica di distruzione», hai detto. «Un ebreo è esattamente uno come gli altri, solo che con qualcosa in più in tutto», diceva Shaw con tanta ironia, una definizione che si potrebbe adattare altrettanto bene ai tedeschi, ma che comunque è giusta solo in una certa misura. (I poeti, per esempio, sono “in tutto un poco più degli altri”. Più “attivi”, se vuoi. Degli ebrei questo però non si può dire allo stesso modo). Quindi è giusto solo in relazione a questo: su di noi si esercita un po’ più di “distruzione” che sugli altri. E la si esercita esemplarmente, di nuovo e poi di nuovo, fin dagli albori della memoria d’Occidente. Per favore, non fraintendermi, non credo che esistiamo affinché la conditio umana possa essere esposta tramite noi sul pubblico palco di nuovo e poi di nuovo, in rappresentanza e senza attenuazione, campione educativo di un gerente del mondo che ha bisogno di noi come articolo dimostrativo. I teologi ci vedono spesso una sorta di progetto più alto. Io vedo solo il fatto, il fatto così terreno e storico, ne prendo atto: e con orrore. Come si guarda con orrore a molte cose che sono accadute e accadono. Che semplicemente sono “reali”. Agli ebrei è stato assegnato più spesso e in modo più estremo il ruolo dell’Ecce homo, imposto più che ad altri. Storicamente semplicemente non è stato loro concesso di liberarsi da questo status particolare.
Tu, dunque, nelle tue poesie, parli di questa vittima vicaria dell’umanità, degli ebrei, e quasi esclusivamente di loro. E quasi esclusivamente di quelli chesono stati sterminati, da ormai quasi un quarto di secolo. Quelli che sono stati spinti all’estremo, ai confini della natura umana. E resi per gli altri una “pietra della colpa”, che esigeva un’estrema umanità nel non arrendersi. In ultima istanza, in estrema ratio quindi Tu sei la voce dell’umanità. E la Tua voce parla tedesco. A tedeschi. Il buon libro, ho letto da poco, sarebbe il libro del lettore. Il cattivo, di contro, il libro del suo autore e solo questo. Lo stesso vale – e in misura maggiore – per la poesia. La buona poesia appartiene al suo lettore, a ogni singolo lettore, indifferentemente da dove e quando la legge o la leggerà. Si rinnova con ogni lettore, la poesia sarà di tanti lettori diversi, anche se non tutti leggeranno la stessa cosa: bensì ognuno solo la sottile nuance che la rende la “sua” poesia. Già in questo senso, quindi fin dal principio, la Tua persona si tira indietro per lasciar campo alla Tua opera. Come la persona che è ogni poeta si ritira per lasciar campo alla propria poesia. In una certa misura diviene indifferente che Tu sia ebrea, assimilata omeno, che Tu sia una donna, e ciò che hai vissuto. Ciò che conta è solo l’opera, e cosa nell’opera hai realizzato. E questo solo considerando il lettore. Si potrebbe quindi estromettere l’autore dalla propria opera, farlo scomparire nell’aria rarefatta dell’astrazione. Portare avanti un ragionamento conseguente, in questo caso, sarebbe un abile raggiro dell’intelletto. Piuttosto, l’autore viene divorato dalla propria opera, che si nutre delle sue esperienze, del suo modo del tutto particolare di incontrare la realtà, da questo legame irripetibile di fattori storici, sociali e individuali. La poesia è l’essenza del vissuto: reso esemplare e in sé compiuto. Ciò che del destino c’è nel personale. Tempo sospeso, ridotto a un punto, momenti cristallizzati. Può il lettore riportarlo a scorrere per lui? Anche gli istanti di un destino particolare come il Tuo? Perché è un destino particolare. O quello della Lasker–Schüler o della Kolmar? E perché parlare qui di donne? Lo stesso vale per Heine e per chi venne dopo di lui, fino a Goll e Celan. Non sto elencando secondo chi “ne fa parte” per nascita, qui ci stiamo muovendo in uno spazio dello spirito, si tratta di concreta realtà, in cui il poeta è costretto a vivere e che deve trasformare in linguaggio. Il “destino particolare” forse è paragonabile all’esperienza particolare degli abitanti di linee di confine, per fare solo un esempio: a seconda delle condizioni storiche, a seconda delle tendenze, varierà la quantità di esperienza particolare del singolo rispetto alla totalità delle esperienze (anche trasposte su vari piani), laddove in ogni caso anche il particolare viene sublimato nella sfera del destino. Perlomeno nel poeta di alta levatura. Lui scrive per tutti. Quel poeta che sarebbe un abitante di confine anche per chi non abita i confini. Nessun osa, d’altronde, a quale confine potrebbe limitarlo. Questo è qualcosa di esemplare. Tutti noi siamo violabili. Secondo l’uno o l’altro momento. E per questo Tu scrivi per tutti. Proprio come la Droste, proprio come la Lasker. O come Mombert o Trakl o chiunque altro. E ovviamente in prima istanza per quelli la cui lingua madre è il tedesco. E per i quali il tedesco sarà lingua madre (o che leggono il tedesco come la propria lingua). E per questo sei un poeta tedesco e non puoi essere altro. Tu, che parli delle vittime e che sei Tu stessa scampata per poco. E che continuamente soffri per questo. Di questo vive la Tua lirica, di questa grande tensione che sempre fu e che oggi è ancora di più, perché la realtà ci propone di vivere le più profonde tensioni. Questa caratteristica della poesia moderna, il paradosso che è su tutte le bocche non viene portato in forma artistica in chissà quale luogo, viene innanzitutto e soprattutto vissuto, vissuto nel modo più difficile. C’è qualcuno che viene scacciato e perseguitato, escluso da una società e nella disperazione prende la parolae la rinnova, rende la parola qualcosa di vivo, la parola che è insieme la sua e quella del persecutore. Colui che fugge dall’odio razziale è solo il più infelice, il più respinto dei poeti dell’esilio. E mentre ancora fugge e viene perseguitato, forse persino ucciso, la sua parola si attrezza per la via del ritorno, per ritornare ad abitare nel centro vitale dei persecutori: la loro lingua. E così acquisisce un inalienabile diritto di cittadinanza, come se, avendo la possibilità distare tranquillo a casa, la sua parola potesse avere questa forza data dall’esperienza estrema (o come se non potesse proprio esistere). E non può far altro cheamare la lingua, tramite la quale vive e che gli dà vita. E in cui la sua vita è stata straziata. La più grande fiducia e il panico si riuniscono, il Sì e il No non sono più separabili. La decisione è anticipata, la conciliazione dell’inconciliabile genera se stessa, una – seppur piccola, commisurata all’entità di male – prova del riflesso ancora attivo di «quella forza, che sempre vuole il male e sempre realizza il bene». Se quindi tutti i poeti vivono il paradosso (già nella crescente inconciliabilità dell’intimo e dell’esteriore, e in tanti modi), i poeti tedeschi di destino ebreo, per chiamarli così, in questo momento storico, lo vivono appunto in modo più duro di alcuni – imponderabili– gradi. Ma i benpensanti non ci affibbino etichette errate e sentimentali. La voce si ascolta perché è una voce tedesca. Come potrebbe altrimenti provocare le persone di questo Paese? Ma perché insisto su questo con tanta energia, dato che è deciso in anticipo e quindi la volontà non può aggiungervi nulla e neanche togliervi nulla? Non il proprio né l’estraneo. Solo con l’uccisione fisica della parola vivente, solo con un rogo di libri ciò che era così unito si poteva separare. E anche così non era possibile, perché la parola aveva comunque la sua efficacia, già fluisce in altre parole. Io penso, però, che il dato di fatto in quanto tale, nella sua delicata contraddizione debba essere una volta per tutte analizzato e organizzato. Sine ira et studio. Questo sto provando a fare. E a far questo la festa in Tuo onore è del tutto idonea.
Non che vi si celi neanche un falso nazionalismo, se dico “tedesco”. Come suonerebbe pronunciato da noi. I poeti tedeschi non sono una “squadra di calcio”, che si pone in competizione con altri in onore di una bandiera nazionale. Si tratta molto semplicemente di circostanze. La lingua è la memoria dell’umanità. Più lingue si imparano, più si prende parte alla memoria umana, che consiste di parole. I poeti, prima di altri, tengono questa memoria viva e vivace. Intendo: la ottengono in modo virulento, nel rendere la lingua sempre acuminata e tagliente, una lingua che si arrota e affila di continuo. Questo può farlo ciascuno solo con la propria lingua. La nostra è, appunto, il tedesco. Che colui che viene scacciato abbia un rapporto particolarmente attento con la lingua, proprio per la sua intimità con le lingue straniere, che lui già da solo si faccia “messaggero”, portatore delle lingue straniere nella propria, e viceversa modellando la lingua madre sul mondo, è solo una prosecuzione dei paradossi che costituiscono la sua vita. I poeti non contribuiscono solo con i fatti alla memoria, come fa la scienza. Contribuiscono in modo particolare. Per questo Tu sei un buon esempio. La Tua poesia tiene vivo il dolore, perché Tu sei la voce di questi morti sciagurati. E nel contempo Tu sei liberata dal dolore. Come i poeti di un tempo e in ogni tempo portavano con sé il terrore e insieme la catarsi dal terrore.
La lirica è come un forte rimbombo di campane: affinché tutti si risveglino. Affinché in ogni singolosi risvegli ciò che non serve a uno scopo, che non è falsificato dai compromessi. E questo vale per la poesia disperata e anche per la poesia negativa e per quella “rabbiosa”: sono rintocchi di campana. In verità non esiste una poesia “contro” che non sia anche e molto di più, una poesia “a favore”: invocazione di un soccorso, per superare qualcosa cui non si può sopravvivere. E in questo consiste anche la catarsi: in un estremo atto di fede nell’umanità, senza cui la lirica non esiste. La lirica si rivolge all’innocenza di ognuno, alla parte migliore: la sua libertà di esserese stesso. Questo non è possibile a nessun cervello elettronico, nessun apparato che funzioni così bene. E anche nessun uomo “funzionante”. Solo l’Io può porsi accanto al “tu”, farsi vicino e custode del fratello. Custode di suo fratello. Questa enorme omissione. Nelly, Tu sei così lontana. No, non in Svezia. Su quella via, dove «le nuove scoperte attendono i viaggiatori dell’anima». Perdona il mio chiamarti così. Gìrati e di’ ai tuoi giovani lettori in Germania, che c’è bisogno di ognuno affinché Tu non abbia seppellito inutilmente i morti: nella parola tedesca. In una parola, dell’amore. L’«amor che move ’l sole e l’altrestelle», come dice il padre di tutti i poeti dell’esilio.

di Hilde Domin
traduzione di Paola Del Zoppo

Il testo è tratto dal volume Alla fine è la parola. Clicca qui per visualizzarlo.

 

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