22 Set

ANTEPRIMA / IL KARMA DEL PINOLO / LUIGI CECCHI

1438666958759-KARMACome promesso, ecco in anteprima un racconto della raccolta Il karma del pinolo di Luigi Cecchi (Del Vecchio Editore, 2015).

NASCITA DI UN EDIFICIO

di Luigi Cecchi

Le strade erano affollate, come se qualcuno avesse indetto un Carnevale all’improvviso. La marea delle famiglie solitamente inchiodate nelle case dal ripetersi della quotidianità, aveva deciso di riversarsi nelle strade, per riprendersi quel poco di incoscienza che spetta un po’ a tutti.

I meno impreparati avevano sollevato grossi cartelli sui quali erano stati fatti scivolare i colori sintetici di bombolette spray, segnando su legno, cartone o lenzuola di stoffa l’approvazione per quanto stava per accadere.

Un fatto straordinario, che aveva meritato l’apertura di tutti i notiziari sin dal giorno prima. Dopo decenni di architettura, progettazione, abusivismo e costruzioni su ordinazione, un edificio sarebbe di nuovo venuto al mondo in modo naturale. La stampa assediava le balconate. Braccia meccaniche di gru noleggiate per l’occasione emergevano dalla massa in agitazione, sollevando in alto le telecamere. Il rumore degli elicotteri rimbombava tra le finestre sciogliendosi nei cori esaltati dei manifestanti.

Qualcuno aveva appeso un grosso quadrato di stoffa sulla rete di recinzione del campo di calcetto, e sopra, a colpi di pennello, c’era scritto: meno edifici, più case!

Marco se ne stava nascosto dietro la propria cassetta degli attrezzi, una grossa scatola di metallo laccata di rosso, le cui cassettiere erano piene di pinze, morsetti, cacciaviti e nastro isolante. Schiacciato nel sedile posteriore del taxi, assisteva intimorito all’entusiasmo della gente.

Marco era un elettricista, ed era stato chiamato d’urgenza sul posto. Sudava, faceva caldo; il taxi procedeva lentamente e il sole picchiava sulle lamiere della vettura infuocandole. I capelli biondicci gli si erano appiccicati alla fronte, gli occhiali si erano appannati e non sapeva bene come si fossero sporcati. Ma non osava aprire il finestrino. Teneva la cassetta degli attrezzi sulle ginocchia, abbracciandola come se si trattasse di un salvagente lanciato a un naufrago in alto mare. Deglutendo si ripeteva di aver fatto proprio male a lasciare il numero di telefono a Pietro, l’assessore all’urbanistica. Che poi da qualche mese era suo genero, quindi non è che avesse avuto molta scelta.

– Toglietevi di mezzo, teste di cazzo! – gridava il tassista, un omaccione dalla pelle scura, forse di origini indiane, che imprecava in dialetto meglio di come Marco aveva sentito fare al più radicato dei suoi amici romani. Aveva detto di chiamarsi Karim, o almeno questo era quello che Marco aveva capito.

– è tutto bloccato, non arriveremo mai… Vuole scendere e farsela a piedi? – gli domandò, voltandosi indietro.

– Santo cielo, no! – rispose Marco, stringendo ancora di più la vecchia cassetta degli attrezzi. Scendere dalla macchina? Come gettare una bottiglia nell’oceano. Sarebbe stato risucchiato dalla risacca e trascinato in alto mare… poi sospinto dalle gomitate sarebbe stato abbandonato da qualche parte, dovunque la folla avesse deciso di sputarlo via, su un marciapiede a caso.

Ora, orde di manifestanti si accalcavano contro le portiere ballando e gridando. La città era impazzita.

– C’è un posto di blocco, forse facciamo prima del previsto… – lo tranquillizzò il tassista. – Se la stanno aspettando, ci lasceremo dietro tutta questa gente.

Marco si sporse con la testa tra i due sedili anteriori. Vide l’edificio.

Era proprio quello, sì. Un palazzo di fine Ottocento, color ocra, con stuccature annerite, balconcini in pietra e bassorilievi rosi dal tempo. Emergeva oltre le migliaia di teste, più in alto delle reti di recinzione, e si stagliava minuscolo con i suoi tre piani di fronte alla sede della società delle telecomunicazioni, che gli torreggiava alle spalle. Un colosso scolpito nel vetro e nell’acciaio, che lo soverchiava con la tracotanza di una sentinella cyborg. E anche le costruzioni alla sua destra e alla sua sinistra non erano meno imponenti. La sede di una banca, lucida e flessuosa, e un centro commerciale con multiplex diciotto sale, le cui insegne illuminate al neon non cessavano mai di sparare salve di luci

sintetiche nell’aria. Gli elicotteri volteggiavano sulla zona come avvoltoi, cercando di non darsi fastidio a vicenda.

Quando il taxi si avvicinò alla rete, alcuni agenti si avvicinarono chiedendo di abbassare il finestrino.

– Devo raggiungere l’edificio, ho qui il signor Galimberti… – cercò di spiegare il tassista.

– Chi? – chiese l’agente, strizzando gli occhi per dare un’occhiata all’interno della vettura.

Il bagliore di un fuoco d’artificio gli illuminò la pelata per un attimo. Marco allungò un documento al poliziotto, che gli prestò poca attenzione e glielo restituì quasi subito.

– Devo vedere l’assessore, mi ha mandato a chiamare lui, credo che sia urgente, – spiegò l’elettricista, rinfilando la carta d’identità in una tasca del giacchetto.

– Be’, allora potete passare, ma proseguite a passo d’uomo, la strada non è sicura finché quel cumulo di mattoni non ha partorito. L’assessore è laggiù, dove vedete quelle bandiere. – Poi l’agente si chinò a guardare negli occhi l’elettricista.

– Lei sa come si fa a farlo nascere, vero?

– No, – rispose Marco.

Poi uno scoppio fece voltare tutti in direzione del centro commerciale e la folla iniziò a gridare. Le urla si sommarono insieme in un crescendo, mentre centinaia di gambe indietreggiavano impaurite. Un pezzo di cornicione del palazzo ottocentesco si era staccato crollando su un furgone della polizia. Il colpo aveva fatto esplodere la vetrata del McDonald’s lì vicino, che per fortuna era stato sgombrato.

Appena il primo spavento si attenuò, un rumore di cavi metallici fece vibrare l’aria, seguito da un sinistro scricchiolio che sembrò percorrere l’asfalto fin sotto le gomme del taxi.

– Dobbiamo sbrigarci, – sollecitò Marco, – credo che siano le prime contrazioni.

Karim annuì vigorosamente con la testa, poi guidò il taxi oltre il varco nelle reti che delimitavano l’area pericolosa.

Gli agenti fecero giusto in tempo a richiudere i cancelli, che una ragazza si lanciò su uno dei sostegni metallici, sollevando in alto una sciarpa e urlando a squarciagola degli slogan femministi. Un manipolo di poliziotti corse a farla scendere. Marco torse la testa fino alla spalla pur di seguire la vicenda, ma poi fu distratto da un altro rumore, che superò in fragore le urla della ragazza.

Le finestre del secondo piano del palazzo si infransero all’unisono, spruzzando fuori una nuvola di schegge di vetro che ricaddero in strada tintinnando come monetine. Subito dopo, la testa di marmo di un fauno si staccò dalla volta sul portone del palazzo, precipitando sui gradini bianchi del porticato, e poi rotolando giù fino all’asfalto.

Karim proseguì senza fermarsi. Svoltò a sinistra e imboccò un viale illuminato da lampioni d’emergenza. La macchina passò di fronte a un’equipe intenta a misurare il dilatamento del terreno, a un centinaio di metri dal palazzo in pieno travaglio.

Una squadra di vigili del fuoco tagliò la strada al taxi, precipitandosi a puntellare di nuovo le pareti del primo piano.

– Ecco l’assessore! – esclamò Marco, puntando il dito verso il genero. – Scendo qui. Grazie mille.

Si frugò nelle tasche e allungò una banconota a Karim, poi si affrettò goffamente verso Pietro, che era indaffarato a discutere con gli addetti del proprio ufficio stampa. Vedendolo arrivare, l’assessore si congedò dagli altri e si mosse verso di lui.

– Cazzo, ma quanto ci hai messo? Qui sta succedendo un casino! Ti avevo detto di sbrigarti!

– Non è che… La strada… – bofonchiò Marco, mentre Pietro lo stringeva in un vigoroso quanto breve abbraccio. Gli occhiali gli calarono fino alla punta del naso, si affrettò a rimetterli al loro posto.

– Va bene, va bene. Ascolta, quell’edificio del cazzo sta per partorire, e qui abbiamo la stampa nazionale che vuole riprendere l’evento in diretta. Lo sai che significa? Che se il parto non va a buon fine, faccio la più grossa figura di merda della mia vita. Ecco perché quello stronzo del sindaco non è qui. Hai capito? Non vuole rischiarsela. Invece io qui ci devo stare, a rischiare il mio culo, e anche quello della mia famiglia. Che adesso è anche la tua, no? Quindi tu quel palazzo me lo devi far nascere, e deve essere bello come la mamma, cazzo!

Marco continuava ad annuire con aria persa. Alcune persone dell’ufficio stampa di Pietro lo andarono a recuperare. Pietro si distanziò da Marco quanto bastava, poi si aggiustò la giacca e il riporto grossolano. – Oh, mi fido di te eh… mi raccomando! – disse, e si eclissò, scortato da uomini con occhiali scuri e camicia bianca, come si confà ai vip.

Marco invece rimase da solo, in silenzio, in mezzo al prato. Come si confà a chi lo prende in culo. Decise di non pensare troppo alla responsabilità che aveva nei confronti di Pietro, e di sua figlia Carolina. Si concentrò su quello che era il suo lavoro, venticinque anni di esperienza. Notò la centralina elettrica del quartiere, all’angolo della strada. Il casotto di cemento sparava in aria scintille come fosse Capodanno, tanto che persino i vigili del fuoco lasciati a presidiare l’area si tenevano a debita distanza.

Con passo lesto scese verso la torretta. Convinse i vigili che era un tecnico mostrando loro un cercafase e delle pinze, poi chiese di portargli al più presto cavi ad alta conduttanza.

La situazione era chiara: l’edificio aveva bisogno di più elettricità, stava per soffocare, e prima ancora di lui sarebbe morto il nascituro. Marco si mise subito al lavoro.

In meno di un’ora i vigili del fuoco recuperarono qualche centinaio di metri di cavi elettrici supplementari, e lo aiutarono a togliere e a ripristinare la corrente ogni volta che c’era bisogno di intervenire.

L’edificio ottocentesco sussultava con vigore ogni volta che l’energia elettrica veniva sospesa, e le scosse causarono la perdita di molti dei mosaici che impreziosivano le volte del chiostro interno. Fu una corsa contro il tempo, poteva cedere da un momento all’altro. Ma non lo fece.

Quando Marco finì di lavorare alla centralina, il sole era già calato oltre il profilo della città all’orizzonte. Il palazzo restò in silenzio ancora per qualche minuto, stretto tra gli imponenti suoi fratelli, che impassibili assistevano alle sue doglie. L’intera struttura sembrò sollevarsi su se stessa, distendendo i colonnati e facendo scricchiolare ogni infisso. Le tegole del tetto vibrarono come percorse da brividi di freddo. La massa di spettatori che aveva circondato la zona trattenne il fiato, intuendo che il momento era giunto. Dapprima il terreno cominciò a tremare leggermente, poi il tremore si fece più intenso, come una scossa continua di terremoto. Ogni cosa nel raggio di mezzo chilometro tintinnò e risuonò agitata da quel fremito. Gli elicotteri si accanirono su quello spettacolo, calando dal cielo famelici di immagini.

Tutti i commentatori erano in competizione nel cercare di descrivere il fenomeno con la maggiore enfasi possibile. Ma non ce n’era bisogno, lo spettacolo in sé era già sufficiente a far sgranare gli occhi a qualsiasi persona lo stesse osservando, dal vivo o in diretta televisiva.

Marco scrutava la scena con la bocca aperta e lo sguardo meravigliato di un bambino davanti a uno spettacolo di magia. Era lo stesso sguardo che c’era sul volto di tutti, perché nessuno ricordava più che potesse accadere una cosa del genere.

I mattoni dell’edificio si torsero, scorrendo disordinatamente uno sull’altro. Il rumore fu simile a quello di un centinaio di gessetti che si spezzano su altrettante lavagne di ardesia. Molti gridarono e si portarono le mani alle orecchie. Poi il terreno si gonfiò. La rete di recinzione si ribaltò finendo sulle teste distratte di alcuni vigili urbani.

Le transenne caddero, i blocchi di cemento che servivano da fermi scivolarono sull’asfalto trascinandosi dietro segnali di pericolo, cartelli di avvertimento, nastro segnaletico e tutto quanto vi era attaccato. Nel mentre, l’asfalto delle strade si spaccava come la crosta di cioccolato di un dolce che sta lievitando. Spruzzi d’acqua emersero laddove le condutture erano state tranciate, e i marciapiedi sembrarono farsi da parte.

Nacque così, emergendo dal basso e scrollandosi di dosso il terreno e i detriti, mentre sua madre scricchiolava per l’ultimo tremendo sforzo, lasciando metà città al buio in un momentaneo black–out.

Come primo vagito accese tutte le luci e aprì tutte le finestre contemporaneamente, permettendo al vento della sera di entrare e di percorrere gli ampi saloni vuoti al suo interno.

Era una piccola palazzina liberty di due piani, con le mura bianche, una deliziosa greca che accompagnava le grondaie, e le tegole di un arancione scuro, quasi marrone.

Marco cadde a sedere sull’erba. Aveva gli occhi pieni di lacrime. Assieme a lui, l’intera nazione gridò di gioia e pianse di felicità.

Il palazzo ottocentesco era ancora in piedi, e il neonato era in buona salute. Un’ondata di flash luminosi si abbatté sull’edificio appena nato, e le braccia delle gru gli si strinsero attorno per riprenderne gli interni. Un vigile del fuoco si avvicinò all’elettricista, e lo aiutò a rialzarsi.

– Tutto bene? – ferito? – domandò.

– Sì… Sto bene, sono solo inciampato. Grazie, – rispose Marco.

Il vigile si smosse col dito il pizzetto biondo, poi notò la cassetta degli attrezzi lì sul prato.

– Lei è l’elettricista che ha lavorato alla centralina oggi pomeriggio! – esclamò. – Ha fatto un buon lavoro. Sono quello a cui ha mostrato il cercafase quando le ho chiesto di identificarsi. Mi chiamo Michele, abito qui vicino.

– Oh… bene, – fece Marco, senza nascondere un certo imbarazzo.

Il vigile indicò l’edificio ottocentesco, illuminato dai fari d’emergenza della protezione civile. – Ci tenevo a quel palazzo, era tutto quel che restava di un periodo migliore. In tutti i sensi. Per fortuna ha retto il parto, sapevo che era meno malandato di quel che sembrava da fuori.

Marco lo ascoltò in silenzio. Solo quando Michele finì la frase, realizzò di essersi dimenticato di porgergli la mano.

Lo fece. Michele si tolse il guanto e gliela strinse vigorosamente.

– Marco Galimberti, sono… un elettricista, – disse.

Poi si chinò e raccolse la sua cassetta degli attrezzi laccata di rosso. Rialzatosi, sentiva di dover dire qualcosa. Il vigile era lì, immobile, che ammirava a debita distanza il carosello che si era creato attorno al nuovo nato.

– Vedrà che con qualche restauro, tornerà migliore di prima. – Fu tutto quello che gli uscì dalle labbra. Non era granché, ma aveva quel mix di retorico, speranzoso e rassicurante che va sempre bene, in quasi tutte le occasioni.

– Oh no, non credo che lo restaureranno, – rispose Michele, senza distogliere lo sguardo dai bagliori dei flash.

– Era già stato sgombrato diversi mesi fa, prima che si accorgessero del neonato. Anzi avrebbero già dovuto demolirlo… Lì sorgerà un centro polifunzionale modernissimo.

Gliel’ho detto, io abito da queste parti, sono voci che girano da tempo.

A Marco si gelò il sangue nelle vene.

– Non possono più demolirlo… ormai è un patrimonio nazionale!… Probabilmente questo sarà stato l’evento più seguito dopo la finale dei mondiali del 2006!

Michele infilò le mani nelle tasche del giubbotto catarifrangente, e fece spallucce.

– Ma si figuri! Se la ricorda la cittadella olimpica di Torino dello stesso anno?… Per un po’ resterà tutto al suo posto, certo… Magari con qualche proroga a favore, sull’onda dell’entusiasmo. Ma poi se lo scorderanno tutti, capirai, tre piani di mattoni… Dal palazzo di fronte per accorgertene devi guardare in basso! Quelli che hanno investito i soldi non si faranno certo intenerire dai sentimenti. Prometteranno di mettere un bel monumento davanti al nuovo mostro di metallo, e saranno tutti contenti. Dia retta a Michele, io mica sono nato ieri.

Si voltò e sputò per terra. Quasi per darsi un tono, ma al contrario. Poi si allontanò, salutando con la mano. Marco lo seguì con lo sguardo, finché non superò le transenne e sparì tra la folla.

Poco più in là, una folla di giornalisti stava assediando l’assessore. Era il suo grande momento, conosceva Pietro, l’avrebbe sfruttato al massimo. Strinse tra le braccia la sua amata cassetta degli attrezzi e sgusciò tra le maglie strappate della rete più vicina. Si mosse fra gli spettatori commossi, poi fra gli agenti distratti, e raggiunse senza fretta la strada trafficata più vicina. Le persone già se ne tornavano a casa con la faccia stanca. Marco alzò la mano, e un taxi che passava poco distante gli si affiancò pigramente. Mentre con un balzo incerto saliva a bordo, un solo pensiero gli ronzava per la testa. Rosa gli aveva promesso le fettine panate per cena. Ormai sarebbero state fredde.

 

***

Luigi Cecchi

È sceneggiatore di fumetti e disegnatore di comic strips, noto al pubblico per il fumettoDrizzit (Shockdom), in cui fa parodia del genere fantasy costruendo un universo compatto in cui il nonsense svela continuamente la trappola insita in una silenziosa accettazione dei risvolti meschini del quotidiano. Nel fumetto The Author, mette in
scena un suo alter ego per rovesciare con melanconica ironia luoghi comuni ed errate concezioni sugli autori di opere di fantasia. Scrive da sempre, e diversi suoi racconti sono stati premiati e inseriti in antologie o pubblicati su riviste, tra cui «Nuova Prosa». Nel 2011 con la raccolta Frammenti, di cui il presente volume è uno sviluppo, è stato segnalato al PREMIO CALVINO.

 

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