16 Apr

Julio Cortázar: sul racconto e la fotografia

cortazarBLOG

Per comprendere il carattere peculiare del racconto di solito lo si paragona al romanzo, un genere molto più diffuso e sul quale non mancano le precettistiche. Si evidenzia, per esempio, che il romanzo si sviluppa sulla carta – e quindi nel tempo della lettura – senz’altro limite che l’esaurimento della materia romanzata; dal canto suo, il racconto parte dalla nozione di limite, e in primo luogo da un limite fisico, al punto che in Francia quando un racconto supera le venti pagine, prende il nome di nouvelle, un genere che si trova a cavallo tra il racconto e il romanzo propriamente detto. In questo senso, il romanzo e il racconto sono paragonabili analogicamente al cinema e alla fotografia, nella misura in cui un film è prima di tutto un “ordine aperto”, romanzesco, mentre una fotografia riuscita presuppone un limite previo definito, imposto in parte dal campo ridotto che la macchina fotografica abbraccia e dal modo in cui il fotografo utilizza esteticamente questo limite. Non so se avete mai sentito un fotografo professionista parlare della propria arte; mi ha sempre sorpreso il fatto che questo si esprima, sotto molti aspetti, come potrebbe farlo uno scrittore di racconti. I fotografi del calibro di Cartier-Bresson o di Brassai definiscono la loro arte come un paradosso apparente: quello di ritagliare un frammento di realtà, imponendogli determinati limiti, ma in modo che quel ritaglio funzioni come un’esplosione che apre senza ostacoli una realtà molto più ampia, come una visione dinamica che trascende spiritualmente il campo abbracciato dalla macchina fotografica. Mentre nel cinema, come nel romanzo, la cattura di questa realtà più ampia e multiforme si ottiene mediante lo sviluppo di elementi parziali, cumulativi – che non escludono, naturalmente, una sintesi che dia il “climax” dell’opera – in una fotografia o in un racconto di buona qualità si procede al contrario, nel senso che il fotografo o lo scrittore di racconti si vedono obbligati a scegliere e limitare un’immagine o un avvenimento che siano significativi, che non valgano soltanto per se stessi ma che siano in grado di agire sullo spettatore o sul lettore come una specie di apertura, di fermento che proietti l’intelligenza e la sensibilità verso qualcosa che va molto oltre l’aneddoto visivo o letterario contenuto nella foto o nel racconto. Uno scrittore argentino, appassionato di pugilato, mi diceva che in quel tipo di combattimento che si intavola tra un lettore e un testo appassionante, il romanzo vince sempre per il numero di punti, mentre il racconto deve vincere per knock-out. È esattamente così, perché il romanzo accumula progressivamente i suoi effetti sul lettore, mentre un buon racconto è incisivo, mordente, senza tregua sin dalle prime frasi. Questo non va inteso troppo letteralmente, perché un bravo scrittore di racconti è anche un pugile molto astuto, e molti dei suoi colpi iniziali possono sembrare poco efficaci quando, in realtà, stanno già minando le resistenze più solide dell’avversario. Prendete uno qualsiasi dei vostri grandi racconti preferiti e analizzatene la prima pagina. Mi stupirei se trovaste elementi gratuiti, puramente decorativi. Lo scrittore di racconti sa che non può procedere per accumulo, che il tempo non è dalla sua parte; la sua unica risorsa è lavorare in profondità, verticalmente, che sia verso l’alto o verso il basso dello spazio letterario. E questo, che detto così sembra una metafora, esprime in realtà l’elemento essenziale del metodo. Il tempo e lo spazio del racconto devono essere come condensati, sottomessi a una grande pressione spirituale e formale per provocare quell’“apertura” alla quale mi riferivo prima.

(…) Ogni volta che ho dovuto rivedere la traduzione di uno dei miei racconti (o tentare quella di altri autori, come mi è successo con Poe), ho percepito fino a che punto l’efficacia e il senso del racconto dipendano da quei valori che danno il suo carattere specifico alla poesia e persino al jazz; la tensione, il ritmo, la pulsazione interna, l’imprevisto all’interno di parametri previsti, questa libertà fatale che non ammette alterazioni senza una perdita irreparabile. I racconti di questa specie si incorporano come cicatrici indelebili a ogni lettore che li meriti: sono creature viventi, organismi completi, cicli chiusi e respirano.

Traduzione di Silvia Agogeri.

Questo brano è contenuto all’interno del saggio Algunos aspectos del cuento, Julio Cortázar, (1970).

05 Apr

Terzo tempo: Roberto Paterlini, “Cani randagi”

canirandagi
Cani Randagi

Roberto Paterlini
RAI.ERI; 303 p

“Era incastrata tra due cassetti, potrebbe essere lì da anni. Ci pensi?” disse Federico, con gli occhi che gli volevano uscire dalle orbite, luccicanti ed entusiasti come se fossero davvero stati di fronte a un tesoro.
Catania 1987, riportava la scritta a biro appiccicata al lato dell’audiocassetta ingiallita e staccata ai bordi.

Read More