21 Mar

Giornata Mondiale della Poesia – ‘Sisifo’ di Hilde Domin

Hilde

Il messaggio del direttore generale dell’UNESCO, Irina Bokova, per la Giornata Mondiale della Poesia richiama l’attenzione sull’importanza dell’impegno politico di quei poeti che in ogni tempo e in ogni dove hanno composto versi per esortare al rispetto dei valori umani e al miglioramento della società e sul potenziale liberante ed eversivo della poesia. Per questo oggi Marginalia celebra la Giornata presentando Sisifo di Hilde Domin  in cui la poetessa esprime con energia lirica gli stessi appelli. Read More

18 Mar

Fouad Laroui: la lingua e un cadavere con quattro paia di mutande

LAROUI linguaFouad Laroui e il problema della lingua: un cadavere con quattro paia di mutande.

di Paola Del Zoppo

A chi appartiene un una lingua? Le persone come possono rifiutare o ritenere meno efficace la lingua natale? E un linguaggio? Chi è che fa le scelte, chi decide se un’espressione è “prestigiosa” o “slang”?

Read More

11 Mar

Fouad Laroui: lingua, cultura, storia, letteratura.

Laroui TATSOSMaria Tatsos intervista lo scrittore di orgini marocchine Fouad Laroui in occasione dell’uscita in Italia de L’esteta radicale.

-Lei è un economista e docente universitario. Come mai ha deciso di pubblicare, nel 2009, una raccolta di racconti? Una distrazione fra studi più seri, o la scoperta del piacere di narrare?

«In realtà, scrivo e pubblico da molto tempo, dal 1996. Ma non ho mai voluto abbandonare il mio lavoro all’università malgrado le ripetute sollecitazioni del mio editore francese (Julliard) che vorrebbe che diventassi scrittore a tempo pieno. Mi piace molto insegnare, mi piace il contatto con gli studenti, amo le discussioni con i colleghi, ecc. D’altronde, ho cambiato più volte la materia che insegno, passando dall’economia alle scienze ambientali e, dal 2006, all’epistemologia e alla letteratura francese. Il piacere della scrittura è concreto, ma far scoprire Voltaire, Sartre o Bachelard ai miei studenti lo è altrettanto».

-Lei vive in Europa da tempo, ma è originario di Casablanca, dove si trova il Café de l’Univers che offre il pretesto per raccontare le storie del suo libro. Cosa rappresenta per Lei il Marocco che descrive, con i suoi personaggi a volte bizzarri?

«Dal 1990 vivo fra Parigi e Amsterdam. Ma scrivo solo del Marocco. Per uno scrittore, il Marocco è una fonte d’ispirazione inesauribile, con il suo miscuglio esplosivo di modernità e di arcaismo, di religiosità e di spirito pagano, di serietà e di derisione, di povertà e di opulenza. Mi bastano una o due settimane di viggio in Marocco e mi ritrovo il materiale per tre romanzi… Al contrario, i Paesi Bassi, che amo moltissimo da tanti punti di vista, non mi hanno mai ispirato a scrivere: troppo razionali, troppo seri, troppo prevedibili…».

-Nei suoi racconti, ci sono il passato e il presente del Marocco e anche il complesso rapporto con l’Occidente: il giovane scambiato in Francia per un terrorista, Lahcen che muore in mare inseguendo il sogno di arrivare in Europa, Jaafar che scopre la sua identità araba nel rapporto con il padre… Cosa rappresenta l’Occidente oggi per i giovani marocchini? E cosa ha rappresentato per Lei?

«Personalmente, non ho nessun problema con l’Occidente: mi sento come un pesce nell’acqua. Lo Stabat Mater di Pergolesi o i quadri esposti agli Uffizi fanno parte di me, sono anche la mia cultura. Ciò è dovuto sicuramente al fatto che tutti i miei studi si sono svolti in scuole francesi, anche quando vivevo in Marocco. Ma per il 99% dei Marocchini, il rapporto con l’Occidente è complicato. Sono attratti dal successo materiale dell’Occidente, dalla sua ricchezza, dalla complessità della sua organizzazione sociale e politica, dai mille aspetti della sua cultura. Nello stesso tempo, c’è questo dubbio lacerante: perché sono così più in avanti di noi, quanto meno sul piano tecnologico, mentre da un punto di vista morale, è l’Impero del diavolo, dove tutto è permesso, anche le cose più turpi?».

-Perché ha scelto la formula dei racconti per questo libro?

«In effetti, è quella che più si addice al mio carattere. Mi piace poter dire molte cose in poche parole. Quando studiavo matematica, i miei professori parlavano di “eleganza della dimostrazione”. Più la dimostrazione era corta ed efficace, più era considerata “elegante”. Per me, è una definizione che calza anche per il racconto».

-Lei scrive in francese. Con questa scelta, ha pensato a un target di lettori occidentali?

«Il francese è la lingua che conosco meglio, è la mia lingua di scrittura per la fiction. Ma ho anche pubblicato due raccolte di poesie in olandese e scrivo i miei articoli scientifici in inglese. Mi chiederete: dove è finito l’arabo in tutto ciò? È molto difficile scrivere in arabo quando si è marocchini. Perché? Impossibile spiegarlo in poche parole. Nel 2010 ho pubblicato uno studio scientifico articolato per spiegarlo. Il titolo è significativo: “Le drame linguistique marocain” (Il dramma linguistico marocchino). È il dramma dei Marocchini, forse anche di tutti gli Arabi, di ritrovarsi divisi fra l’arabo classico e il loro dialetto locale. Io ho risolto il problema scrivendo in francese… In futuro, avrete degli scrittori italiani d’origine marocchina. La lingua di Dante li salverà come la lingua di Voltaire ha salvato me».

File:Copyright.png Elle.it