14 Feb

14 febbraio: La città sprofondata in fiamme

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Marginalia di oggi: una poesia di Heinz Czechowski dedicata alla città di Dresda, la “sua città”  e il “suo tema”. Niente interpretazioni, solo le sue parole. Nei giorni a venire, altri post su Dresda e Czechowski Read More

13 Feb

Nasce Orlando, la rivista letteraria senza recensioni

woolfÈ nata una nuova rivista letteraria, l’ennesima si dirà. Eppure Orlando, questo il nome scelto per questo progetto diretto da Paolo di Paolo, cerca la sua identità attraverso una formula che non prevede recensioni e punta sugli approfondimenti; una rivista cartacea che mescola scrittura e illustrazione e intende le sue pagine come uno spazio per incursioni esplorazioni e fughe nella letteratura. L’obiettivo: sondare i confini e le relazioni che ci sono fra il mondo com’è e come viene raccontato dai libri, e capire come questo racconto, a sua volta, modifichi il mondo.

Per gentile concessione dell’editore e dell’autrice pubblichiamo un articolo di Giusi Marchetta apparso sul primo numero della rivista. 

Rileggere Mrs Dalloway nel 2012 e comprare fiori

Non so perché leggo Mrs Dalloway. L’ho già letto anni fa e di Clarissa non mi è rimasto granché, a parte la ferma dichiarazione iniziale che ai fiori ci avrebbe pensato lei. Anche stavolta la cosa mi lascia indifferente. Infondo, è sua la festa: che pensi alle decorazioni mi pare il minimo. Per questo ogni tanto la perdo di vista, mentre percorre le strade di una Londra che la assorbe facilmente, vuota com’è e rapita dalla vana preoccupazione di compiacere i suoi ricchi invitati. Meglio questo tram, mi dico, e questa gente assonnata e infreddolita che deve raggiungere la periferia di Torino per lavoro o per una visita al Maria Adelaide (reparto malattie infettive: sarà il caso del mio vicino di posto che tossisce da un po’?). Meglio pensare alla scuola, a Polito che non ha speranze di passare l’anno a meno che non lo prendano al corso professionale in cui ho cercato di infilarlo all’ultimo momento, compilando una domanda solo leggermente edulcorata (socialità: ottima; disciplina: sostanzialmente corretta; note e provvedimenti disciplinari: 26 circa). Eppure, quando mancano pochi minuti alla mia fermata, mi accorgo che chiudere il libro adesso, sarebbe una violenza ad almeno due personaggi: a pochi metri da Clarissa infatti, su una panchina del Regent’s Park, c’è Septimus, intrappolato in una trincea che gli hanno scavato nella testa i reali inglesi quando l’hanno mandato in guerra ad assistere alla morte del suo migliore amico;  accanto a lui Lucrezia si maledice per averlo sposato,credendolo ancora intero. Adesso che li ho incontrati mi costa abbandonarli; mi ci costringo solo perché sono arrivata a destinazione, al mio personale campo di battaglia. Tanto so che al ritorno, dopo cinque ore in cui avrò insegnato (poco) e gridato (molto), saranno ancora lì, a rimpiangere di essere vivi e insieme. E così, mattina dopo mattina, il libro diventa un’abitudine. Andata e ritorno, quaranta minuti in tutto: una stanza tutta per me. La realtà non mi rivendica mai, mentre Septimus racconta il suo dolore senza essere capito (mi sono sporto dall’orlo della barca e sono caduto. Sono andato a fondo. Sono stato morto), mentre Lucrezia pretende di essere ancora viva, ancora moglie (aveva diritto al suo braccio, per quanto indifferente). O meglio, non lo fa quasi mai: esistono le telefonate, i compiti da riguardare, il bigliettaio che mi vede tutti i giorni e tutti i giorni chiede il mio abbonamento. Poi ci sono le vecchie che salgono e subito si girano intorno per cercare un posto libero e allora devo alzarmi o perlomeno guardarle mentre siedono da un’altra parte, immaginare che sarà mia madre un giorno a salire malferma su un tram, sperare che qualcuno le dica: “Qui signora, al posto mio.” (Succede così spesso che al telefono le parole non vengano, quasi sembrerebbe più naturale andare da queste signore in queste mattine e dire a loro: mi manchi.)  E comunque di pagina in pagina si avvicina la festa. Clarissa è tornata a casa e rammenda un vestito che le faccia fare figura. Qualcuno la cerca alla porta: è Peter Walsh che arriva inatteso, il vecchio amore mai corrisposto o appagato. Clarissa lo fa accomodare, (è invecchiata, pensò lui sedendosi. Non le dirò nulla, perché è invecchiata), lo punzecchia come se si fossero visti il giorno prima, invece sono anni, secoli, da quando una comitiva piena di teorie celebrava insieme la propria giovinezza tra feste e gite al fiume. Così, mentre Peter parla e gioca col suo coltellino, Clarissa rivede Sally, bellissima, che corre nel giardino, la prende in disparte, la bacia (non era stato dopotutto, amore?). C’è ancora qualcosa di quel tempo in lui che l’ama ancora e in lei a cui sembra naturale che lo faccia. Potrebbero sedermi accanto, l’uno col coltello, l’altra con ago e filo, tanto mi sono vicini mentre si parlano. Non serve a nulla, nulla cambia: Clarissa è sempre sposata, distante. Eppure appena Peter va via,non può che sentirsi disperatamente infelice per qualcosa che lui ha detto (avrebbero cambiato il mondo se l’avesse sposato). È uno strazio senza rimedio questa infelicità egoista,tanto che mi ha fatto dimenticare i due sposi di guerra e la morte che arriva per rispondere a una preghiera. Infatti Septimus è già sul davanzale (eppure il sole era caldo, le cose si superano), ha deciso (eppure la vita aveva un modo di sommare giorno a giorno) e un attimo dopo Lucrezia deve essere coraggiosa e bere qualcosa mentre arriva l’ambulanza per portare via il cadavere. Con questo salto che va a spezzarsi su una cancellata, capisco che Mrs Dalloway è un classico, perché non ha bisogno di convincermi. Se qualcuno me lo strappasse di mano adesso, farebbe una violenza a me. Per questo i colpi sul vetro del tram sono come una sveglia. Polito. Oggi non era in classe. Faccio no con la testa, furiosa, lui fa di sì, sorride, agita un foglio giallo nell’aria, mentre il tram si allontana. Ce l’ha fatta, è andata, mi dico.  Soltanto la festa mi rimane: una girandola di ipocrisie del presente e di amori passati che rimangono su una panca a guardare Clarissa che accoglie, saluta, sorride, si sente bruciare per una cosa che le raccontano, una cosa terribile (si sentì simile a lui, il giovane uomo che si era ucciso. Si sentì lieta che l’avesse fatto, mentre loro continuavano a vivere). Chiudo il libro. Mi sembra giusto e per niente crudele: ci vuole una morte per sentire chela vita esiste, ci tocca. E mentre scendo dal tram e vado verso casa, penso a quanto sarebbe bizzarro e interessante se quando morissi il mondo non finisse con me (come invece sarà senza dubbio), ma se andasse avanti, se la vita continuasse a incontrarsi, amare invano, prendere il tram, andare a scuola, mancarsi, perdersi, comprare fiori.

 

07 Feb

Heinz Czechowski – Pecore e pianeti

czechowski

Per la rubrica Marginalia di oggi, in occasione dell’anniversario della nascita di Heinz Czechowski, una presentazione del grande poeta: riproponiamo l’intervento a cura di Anna Maria Curci, inserito nella sua – bellissima – rubrica GLI ANNI MERAVIGLIOSI, che appare su POETARUM SILVA. Nei prossimi giorni ci avviceneremo in modi diversi alla figura di questo grande poeta troppo spesso dimenticato. Ringraziamo Anna Maria Curci per la gentile concessione.

Gli anni meravigliosi – Heinz Czechowski

“La rubrica prende il nome da un testo del 1976 di Reiner Kunze, Die wunderbaren Jahre, Gli anni meravigliosi. Si trattava di prose agili e pungenti, istantanee veritiere – e per questo tanto più temute –  su diversi aspetti della vita quotidiana dei giovani nella DDR degli anni Settanta. Come ricorda Paola Quadrelli nel bel volume «Il partito è il nostro sole». La scuola socialista nella letteratura delle DDR fu Heinrich Böll, lo scrittore tedesco federale più attento ai temi della dissidenza est-europea, a definire queste brevi prose, recensendo il volume di Kunze su «Die Zeit», «medaglioni sbalzati dalla realtà della DDR».

Molta letteratura degli anni Settanta – in parte e per alcuni aspetti molto significativi oggi ingiustamente dimenticata, non soltanto per la DDR − possiede le caratteristiche della raccolta di prose di Reiner Kunze, Gli anni meravigliosi: agile, puntuale e pungente, non si sottrae mai al dialogo serrato con la realtà, il contesto storico, la quotidianità anche ‘spicciola’.

In questa settima tappa torno a occuparmi di Heinz Czechowski, autore del quale ho presentato qui su Poetarum Silva, qualche mese fa,  l’antologia Il tempo è immobile, uscita in questo anno 2012 per i tipi di Del Vecchio editore. Nella mia nota di lettura, che, citando Czechowski, portava il titolo “Miti e ostinati scorrono versi lungo i fiumi”,  proposi, tra l’altro, la mia traduzione di un suo sonetto dei primissimi anni Sessanta, An der Elbe (Sulle rive dell’Elba).

Poeta e scrittore un tempo molto famoso e apprezzato soprattutto nella DDR, tanto da ricevere, nel 1976, il premio “Heinrich Heine” e nel 1984, su proposta di Christa Wolf, il premio “Heinrich Mann”, Czechowski si spense in una clinica nei pressi di Francoforte nell’ottobre 2009, dimenticato quasi da tutti. La sua produzione poetica offre la possibilità di conoscere la ricca e complessa esistenza del poeta che, nato nel 1935, appartiene a quella generazione che ha vissuto il nazismo in età infantile e la cui età adulta si è realizzata in gran parte nella Germania divisa. In Czechowski, definito dai più un poeta “soggettivo e storico” insieme, lo sguardo della poesia, così legata agli eventi, è sempre fortemente filtrato dalla soggettività, la poesia stessa è un’interrogazione sull’Io: «Dietro alle domande che devo pormi si cela il problema dell’identità del soggetto con se stesso e con la società in cui vive». E la risposta a queste domande è ancora una volta compito della poesia.

La poesia proposta oggi, Schafe und Sterne, dà il titolo alla raccolta di Czechowski, pubblicata nel 1975 dalla casa editrice Mitteldeutscher Verlag. Nella traduzione di Paola Del Zoppo, il titolo, Pecore e pianeti,  conserva l’allitterazione del titolo originale, che letteralmente significa “Pecore e stelle”.

PECORE E PIANETI

Pecore e pianeti: la notte
Li mantiene uniti, un cane
È il vento, su zampe senza suono,
Carezza le acacie, un pastore
Siede sotto, duemila anni
Vede nell’acqua bruna di limo
Pensa ai turchi,
Vede degli armeni
Le case sul pendio, li vede salire
Sulle scale
Su nella notte.

Pecore e pianeti sono i suoi pensieri,
In fondo alle sacche
Fruga tra aglio e
Tabacco grigio.

Pecore e pianeti
Li porta a unirsi nei suoi pensieri
Li conduce, li guida
Ne conosce i segni
Ne vede l’orbita notturna
Intorno alla città.

Pecore e pianeti,
Zar e visir,
Cacciati e cacciatori.

Una volta i partigiani vennero,
Spartì quello che aveva con loro.
Per settimane stettero via tra i monti,
Giù nella valle lui vide le auto in colonna,
Vide le tracce: fucilati, impiccati,
Vide il fiume ingrossarsi e prendere con sé
Morti e morte, detriti di montagna.

Pecore e pianeti gli sono rimasti.
Pecore e pianeti. Chi distingue
Pecore e pianeti, quando abbuia? La notte si
Propaga nella valle,
Strappa via le pecore
Strappa via i pianeti.

Pecore e pianeti.

Pecore e pianeti:
Nel cielo un ariete
Abbassa le corna
Sbatte, sbatte nel vuoto.
Il vento è un cane
E segue cacciando.
E il fiume è il visir,
Lo zar e la SS e mantiene la legge marziale.

Pecore e pianeti gli sono rimasti,
Siede, e li vede,
Li mantiene uniti.

(da Heinz Czechowski, Il tempo è immobile – Poesie scelte. Cura e traduzione di Paola Del Zoppo, Del Vecchio 2012, pp. 102-107)

SCHAFE UND STERNE

Schafe und Sterne: die Nacht
Hält sie zusammen, ein Hund
Ist der Wind auf lautlosen Pfoten,
Er streift die Akazien, ein Hirt
Sitzt unter ihnen seit zweitausend Jahren,
Sieht in die lehmbraunen Wasser,
Denkt an die Türken,
Sieht der Armenier
Häuser am Hang, sieht sie steigen
Über die Treppen
Hoch in die Nacht.

Schafe und Sterne sind seine Gedanken,
Tief in den Taschen
Sucht er sie zwischen Knoblauch
Und grauem Tabak.

Schafe und Sterne
Treibt er zusammen in seinen Gedanken,
Führt sie und lenkt sie,
Kennt ihre Zeichen,
Sieht ihre nächtliche Runde
Rings um die Stadt.

Schafe und Sterne,
Wesire und Zaren,
Gejagte und Jäger.

Einst Partisanen, sie kamen,
Er teilte das, was er hatte, mit ihnen.
Wochenlang blieben sie weg in den Bergen,
Unten im Tal sah er Autokolonnen,
Sah ihre Spuren: Erschossne, Gehängte,
Sah in den Fluß, wie er anschwoll und mitnahm
Tote und Totes, Geröll aus den Bergen.

Schafe und Sterne sind ihm geblieben.
Schafe und Sterne. Wer unterscheidet
Schafe und Sterne, wenns dunkelt? Die Nacht
Schleicht sich ins Tal,
Reißt sich die Schafe,
Reißt sich die Sterne.

Schafe und Sterne.

Schafe und Sterne:
Am Himmel ein Widder,
Er senkt seine Hörner,
Stößt, stößt ins Leere.
Der Wind ist ein Hund
Und jagt hinterher.
Und der Fluß ist Wesir,
Ist Zar und SS und hält Standrecht.

Schafe und Sterne sind ihm geblieben,
Er sitzt, und er sieht sie,
Er hält sie zusammen.

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Heinz Czechowski, nato a Dresda il 7  febbraio 1935 e morto nei pressi di Francoforte sul Meno il 21 ottobre 2009, visse all’età di dieci anni il terribile bombardamento della città natale durante il secondo conflitto mondiale. Nella sua prima produzione poetica è chiaramente percepibile l’influenza della poesia di Peter Huchel. Sebbene la raccolta Schafe und Sterne, che gli diede grande notorietà, segni il passaggio da un grado rilevante di ‘letterarietà’  a una maggiore immediatezza del dire,  la sua scrittura non rinuncerà mai alla conversazione con altre voci poetiche del passato – Klopstock, Hölderlin, Novalis, Annette von Droste-Hülshoff – e a lui contemporanee. In tale contesto assume particolare importanza la sua attività di traduttore (di Lermontov, Mickiewicz, Ritsos, Achmatova, Bulgakov, Zwetajewa per menzionare alcuni nomi).”